Lade Inhalt...

Lo stile narrativo del sestimo giorno nel 'Decameron' di Giovanni Boccaccio comparato con il 'Satyricon liber' di Petronio

'[...] come ne' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo [...] così de' laudevoli costumi e de' ragionamenti belli sono i leggiadri motti [...]" (Dec, VI 1)

Seminararbeit 2009 25 Seiten

Romanistik - Vergleichende Romanistik

Leseprobe

Inhalt

Introduzione

1. Praeludium siue accessus:
informazioni di base e generali sugli autori e le loro opere
1.1. Giovanni Boccaccio ed il Decameron
a) La vita dello scrittore in breve
b) Il Decameron: la macrostruttura
1.2. Petronio – che cosa sappiamo oggi
a) uita C. Petronii Arbitri
b) Il Satyricon liber

2. Nucleus: La sesta giornata – Il concetto dei leggiadri motti: definizione e delimitazione

3. Postludium uel ’έξοδος: paragone dei due testi

Conclusione/Commiato

Bibliografia

Appendice

Introduzione

Lass’ die Leute reden […] das hab’n die immer schon gemacht […]

es ist ihr eintöniges Leben, das sie quält

und der Tag wird interessanter, wenn man Märchen erzählt.[1]

Queste parole di una canzone cantata dal gruppo rock tedesco Die Ärzte mi sembrano veramente adatte per cominciare la mia tesina sulla narrazione burlona in diverse età, anche se il contenuto di questa canzone non ha quasi niente in comune con i testi che saranno trattati. Se si prendono in considerazione però le parole in alto in modo isolato, si ravvisa che contengono un’enunciazione che è applicabile anche al tema di questa tesina: A memoria d’uomo, le genti raccontano delle storie, finte o vere, affinché si divertano un po’ (spesso in periodi di tristezza o di noia). Narrare qualcosa agli altri e trovare divertimento dagli altri mediante le loro narrazioni è semplicemente umano. In particolare, le narrazioni argute oppure spiritose piacevano, siano esse corte o lunghe, agli uomini. Cicerone già disse:

Verum tamen, […], multum […] persaepe lepore et facetiis profici vidi. Sed […] illo in genere […] (natura enim fingit homines et creat imitatores et narratores facetos adiuvante et vultu et voce et ipso genere sermonis) […] dicacitatis […] ante illud facete dictum emissum haerere debeat, quam cogitari potuisse videatur?[2]

Così era stato sia duemila anni fa, nel medioevo come oggi. Lo scopo di questa tesina sarà dunque di delineare come l’ha narrato Giovanni Boccaccio, autore fiorentino del trecento, nel suo Decameron in comparazione con un esempio dall’antichità: Il Satyricon liber di Petronio. Per prima cosa, darò delle notizie biografiche necessarie sulle loro vite e opere.

Inizialmente presenterò la persona del romano Petronio – e che cosa sappiamo oggi di lui e del suo testo frammentario scritto in lingua latina volgare – poi continuerò con il trattamento del nucleo proprio di questa tesina.

Per via del fatto che la teoria dell’arguzia viene già dall’antichità classica, ha ovviamente più senso cominciare dalle radici del fenomeno. Conseguentemente, avrò bisogno quindi di chiarire il termine ‘leggiadro motto’ e di delimitarlo dalla beffa, l’altro concetto letterario.[3] Per finire, tenterò di comparare i due testi in base al loro stile narrativo.

Il tema principale della mia tesina è dunque, se ci siano delle affinità fra le due opere dei due autori e dove ci siano delle differenze a proposito dello stile.

1. Praeludium siue accessus:
informazioni di base e generali sugli autori e le loro opere

1.1. Giovanni Boccaccio ed il Decameron

a) La vita dello scrittore in breve

Giovanni Boccaccio nacque, anche se non è stato chiarito assolutamente – perché le testimonianze storiche non affermano tutte la stessa cosa – nel mese di giugno o luglio dell’anno 1313 come figlio illegittimo a Firenze[4].[5] Giovanni imparò a leggere e scrivere (anche in latino) a casa sua. Poi, il giovanotto fece pratica mercantesca e fu educato per sei anni da un cambista in città perché il padre voleva che Giovanni diventasse commerciante come lui stesso. Ad ogni modo, quest’occupazione non piaceva al figlio e lo ripugnava. L’inclinazione verso la letteratura e lo scrivere cominciò già a quei tempi.[6] Suo padre, consocio del conosciuto e potente banco dei Bardi, fu mandato, quando Giovanni aveva appena 19 anni, a Napoli e lo prese con sé affinché cominciasse qui gli studi di diritto canonico. Ma anche quest’impegno non lo soddisfò. Essendo abbastanza benestante, Boccaccio conduceva una vita piacevole e bazzicava alla corte angioina. Negli anni 1340/41 ritornò alla casa paterna a Firenze[7], dove nel 1348 visse la grand’epidemia di peste. Dopo questa catastrofe cominciò a scrivere la sua opera cardinale: il Decameron. Quando il libro fu pubblicato, essendo esso un gran successo[8], attirò l’attenzione dei suoi concittadini che affidarono a Giovanni alcune cariche amministrative fra il 1350 ed il 1355. Nel 1350, egli fece la conoscenza di Francesco Petrarca che diventò suo amico fidato[9] fino alla sua morte e che lui andò a trovare parecchie volte. Petrarca fece di lui il suo scolaro e svegliò in lui la briosità per l’antichità e per la fede. Conseguentemente, Boccaccio si applicò agli studi classici ed umanistici. Come ambasciatore di papa Urbano V andò a Roma nel 1365 e durante questo viaggio, nel monastero di Monte Cassino, riscoprì alcune calligrafie scomparse di Tacito, d’Apuleio e di Marziale. La città di Firenze gli delegò nell’ottobre 1373 l’interpretazione pubblica della Divina Commedia di Dante. La sua salute precaria però lo costrinse poco dopo a ritirarsi a Certaldo, dove morì il 21 dicembre 1375.[10]

Essendo sempre interessato all’antichità ed anche grazie all’amicizia con Petrarca, Boccaccio si applicò quasi tutta la sua vita su testi scritti in latino e su questa lingua (scientifica) in generale che aveva allora rispetto all’ ‘italiano’ una reputazione più alta. Ma ebbe nondimeno anche una vera e forte “venerazione dantesca”[11] ed adorava il ‘dolce stil nuovo’. Fu non solamente un ammiratore della letteratura antica, ma della letteratura in generale, squisitamente della poesia. Come il suo modello Petrarca, un’acribia scientifica di indagare lo caratterizzava ed egli lavorava meticolosamente come filologo (p. es. nelle sue opere latine de casibus virorum illustrum e de genealogiis deorum gentilium etc.). Per queste qualità diventò un ideale modello per tutti gli umanisti di seguito. La sua alacrità nel ricercare e nel ritrovare i tesori linguistici e letterali dei popoli antichi sormonta addirittura quella di Dante e di Petrarca. La sua casa era a quei tempi il centro del primo Umanesimo italiano. L’orizzonte dello scrittore era più largo di quello dei suoi antecessori. Lui fu il primo che si accorse dell’importanza della letteratura greca rispetto a quella dei Romani e del fatto che solo la comprensione totale dei Greci potesse rendere possibile a noi comprendere la cultura romana.[12] Sperava di ritrovare la grande eredità di questa cultura scomparsa finendo così addirittura per indebitarsi: Imparò il greco da Leontio Pilato, un frate calabrese, affinché potesse leggere le opere d’Omero nell’originale. Sapeva assolutamente il suo valore per gli studi classici come uno dei primi umanisti.

b) Il Decameron: la macrostruttura

Oggi da noi considerato il capolavoro di Boccaccio (ma non da lui stesso che preferiva i suoi scritti latini)[13], il Decameron è una raccolta ciclica di novelle con una cornice a parecchi livelli. “Comincia il libro chiamato Decameron […] nel quale si contengono cento novelle in diece dí dette da sette donne e da tre giovani uomini.”[14] Così Boccaccio dà avvio al libro (e qui si tratta già del secondo piano), dopo aver detto qualche parola riguardo alla funzione di libro di consolazione per le donne nel proemio[15], della grande epidemia della peste nel 1348 a Firenze. Dieci persone s’incontrano nella chiesa di Santa Maria Novella e decidono, per mettersi al sicuro dalla peste, di andare in campagna. Questa ‘brigata’ passa quattordici giorni fuori della città e, affinché si divertano un po’, si raccontano ogni giorno dieci novelle, interrotte solamente due volte per il venerdì (santo) e il sabato come giorno di bucato. La narrazione è sempre sotto la condotta di un ‘re’ o una ‘reina’ che determina il tema del giorno e l’ordine di successione dei narratori. Per tirare le somme, cento novelle svariate sugli uomini di tutti i ceti sociali e le loro passioni e su diversi temi vengono raccontate nel Decameron.[16] Lo scenario delle novelle è soprattutto Firenze e la Toscana, ma alcune novelle recitano in altre parti dell’Italia o anche fuori della penisola: p. es. a Cipro, Alessandria d’Egitto, Parigi o nelle Fiandre.[17] Come i suoi predecessori, Boccaccio ha sempre ponderato bene la costruzione della sua opera.

1.2. Petronio – che cosa sappiamo oggi

a) uita C. Petronii Arbitri

Le informazioni, molto ampie (ma nondimeno stilizzate) sulla vita di quest’uomo[18], ci vengono fornite dagli Annales di Tacito[19], dei cui scritti lo stesso Boccaccio riscoprì gli autografi nel monastero di Monte Cassino nel 1355.[20] La storia narra che Petronio – essendo un buontempone, ma anche politico alacre – è stato vittima di una cabala invidiosa e finì per suicidarsi[21]:

[17] Paucos quippe intra dies eodem agmine Annaeus Mela, [...] , C. Petronius cecidere, [...]. [18] De C. Petronio pauca supra repetenda sunt. nam illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis vitae transigebatur; utque alios industria, ita hunc ignavia ad famam protulerat, habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius in speciem simplicitatis accipiebantur. proconsul tamen Bithyniae et mox consul [22] vigentem se ac parem negotiis ostendit. [...] inter paucos familiarium Neroni adsumptus est, elegantiae arbiter[23], [...]. unde invidia Tigellini[24] [...] amicitiam Scaevini [25] Petronio obiectans, [...]. [19] [...] vitam expulit, [...] incisas venas, [...].[26]

Queste sono tutte le magre testimonianze per ciò che è noto qualcosa di Petronio. Sulla sua produzione letteraria però, non viene detto niente in nessun luogo. Prima di poter andare avanti, bisogna sapere che già nel piccolo capoverso di Tacito che tratta di Petronio è palpabile l’umorismo particolare e mordente del Romano che caratterizza, come vedremo, la sua opera: “[…] amicos […] audiebatque referentis nihil de immortalitate animae et sapientium placitis, sed levia carmina et facilis versus.”[27] Alla fine della sua vita egli fece percipere il suo tenore proprio d’umore persino ai suoi nemici:

[...] ne codicillis quidem, quod plerique pereuntium, Neronem aut Tigellinum aut quem alium potentium adulatus est, sed flagitia principis sub nominibus exoletorum feminarumque et novitatem cuiusque stupri perscripsit atque obsignata misit Neroni. fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula.[28]

Un’ idea più concreta sulla persona di Petronio viene fornita dal romanzo Quo vadis? del 1885/96 dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, il quale vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1905.[29] Questo libro è di per sé la prova della grande ripercussione di Petronio e del suo Satyricon fino all’età moderna.[30] Sienkiewicz, grazie al suo studio intensivo delle fonti storiche, ne moltiplicò la celebrità raccontando una storia sulla persecuzione dei cristiani nella Roma di Nerone[31], nella quale Petronio è uno dei protagonisti. Il libro comincia addirittura con lui, e ‘Petronio’ è la prima parola, che ricorre.[32]

[...]


[1] http://www.lyrics.de/songtext/dieaerzte/lassereden_86dd4.html (26. 12. 2008).

[2] Cicerone: de oratore II 219. (Se non indicato in altro modo, tutti i rilievi nelle citazioni sono i miei.).

[3] Come esempio rappresentativo, sarà data l’analisi della sesta giornata del Decameron riguardo al suo contenuto e la sua struttura nell’appendice alla pagina 23.

[4] Tutte le informazioni che saranno date qui sulla vita di Boccaccio si basano sull’esposizione di Vittore Branca (cf. la bibliografia, p. 18) nel primo volume della sua edizione critica del Decameron (lì: pp. xlii-lxxvi). Se non, la fonte rispettiva sarà data per mezzo di una nota a piè pagina.

[5] Anzi, siccome suo padre fu qualche anno mercante a Parigi, esiste anche la teoria che Boccaccio sarebbe stato un bambino bastardo nato da una compagna francese e che il padre lo prese con sé dopoché sua moglie fu defunta a Certaldo, dove i coniugi vissero ed ebbero una casa. La ricerca tuttavia propende oggi verso la prima supposizione.

[6] “[…] in questo periodo […] matura […] in lui la vocazione letteraria […].” (Branca, p. xliii).

[7] Cf. Kapp, p. 70.

[8] Prevalentemente dagli umanisti. L’opera era stata messa all’indice dalla Chiesa (cf. www.klassiker-der-weltliteratur.de/decamerone.htm, 04.03.09), perché i Cristiani sono “unfähig zum Lachen” (Steinmann, p. 358).

[9] Cf. Kapp, p. 70.

[10] Cf. Elwert, p. 205.

[11] Branca, p. xlii.

[12] Cf. Elwert, p. 243.

[13] Per abbreviare il testo della tesina, ma senza trascurare le basi, una sintesi delle opere trattate sarà data in forma di schemi nell’appendice alle pagine 22-24.

[14] Anzi, il nome – prova dell’entusiasmo di Boccaccio per la cultura greca – è una derivazione etimologia delle parole greche δέκα (dieci) e ‛ημέρα (giorno). (cf. Branca, p. 3 & KLL, p. 824).

[15] Boccaccio dedica la sua opera come “sostentamento […] alle vaghe donne […] (che,) ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il piú del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi. […] Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sí come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi piú avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, […] intendo di raccacontare […].”(Branca, proemio: pp. 7s.).

[16] […] alla base stessa dell’opera: la varietà e la mutevolezza tematiche comportano una varietà e una mutevolezza stilistiche.” (Baratto, p. 12.)

[17] Cf. Elwert, p. 216.

[18] Plutarco (nelle Moralia, lì: De discrimine adulatoris et amici) e Plinio il Vecchio (nella Naturalis historia) lo nominano anche sul prenome Tito: “T. Petronius consularis moriturus inuidia Neronis […]. (Plin. nat. 37,20); “’εκεινα δ’ ’ήδη χαλεπα και λυμαινόμενα τοὺς ’ανήτους, ‘όταν εις ταναντία πάθη και νοσήματα κατηγορωσιν […] ’η τοὺς ’ασώτους α’υ πάλιν και πολυτεις εις μικρολογίαν και ‛ρυπαρίαν ’ονειδίζωσιν (‛ώσπερ Νέρωνα Τίτος Πετρώνιος) […].” (Plut. mor. 19, 60e).

[19] Publio Cornelio Tacito (* 55/56 d. C.; † dopo 117, ma il giorno concreto della sua morte è incerto nonché il suo nome, perché esiste anche Gaio.) fu un oratore, avvocato e senatore romano. È uno degli storici più conosciuti dell'antichità. (cf. KlP, vol. 5, p. 486s.).

[20] Cf. Elwert, p. 243.

[21] “Coacta mors”(Tac. ann. XVI 19) nel 66 d. C. .

[22] Nell’anno 62 d. C. (cf. Steinmann, p. 352).

[23] Prima della la sua condanna, Petronio era stato apprezzato da Nerone come arbiter elegantiarum, donde viene il suo cognome negli autografi. (cf. KlP, vol. 4, p. 673).

[24] T. Ofonio Tigellino era prefetto del pretorio e capo della guardia pretoriana dell’imperatore. Respinse il filosofo L. Anneo Seneca (~1 a. C.-65 d. C.) come consigliere personale di Nerone e rivelò la congiura dei Pisoni (nel 65 dopo Cristo). (cf. KlP, vol. 5, pp. 824s.)

[25] Un congiuratore (cf. Steinmann, p. 353). Quello schiavo di Flavio Scaevino rivelò questa congiura.

[26] Tac. ann. XVI 17-19.

[27] Tac. ann. XVI 17-19.

[28] Tac. ann. XVI 19.

[29] Cf. Krejčí, pp. 368-377, in particolare p. 375s & von Albrecht, p. 979.

[30] Come risultato, […] il romanzo ‘si distingue per il grandioso panorama storico, la ricchezza di colori e di dettagli, e per l’energia prolifica […]’ Verso il 1916, l’anno della morte di S., ‘quo vadis?’ era uno dei più celebri romanzi del suo tempo. Negli Stati Uniti, il libro raggiunse 1,5 milioni d’esemplari. Subito due film furono girati dal libro, uno francese e l’altro italiano. Il romanzo venne accolto entusiasticamente dai critici polacchi ed esteri. Anche il pontefice Leo XIII, capo della chiesa romana-cattolica, si esternò su di lui. (Propria traduzione) – “В результате, […] роман отличается «грандиозной исторической панорамой, богатством красок и по-дробностей, созидательной энергией […]». К 1916 г, году смерти С., «Камо грядеши», один из популярнейших романов своего времени, был распродан только в США в количестве 1,5 млн. Экземпляров. По книге было снято сразу два фильма французский и итальянский. Роман был восторженно встречен польской и зарубежной критикой; о нем говорил глава римской католической церкви папа Лев XIII.“ (25.01.2009: http://n-t.ru/nl/lt/sienkiewicz.htm).

[31] Nell’epopea-romanzo “Quo vadis?” (nelle traduzioni russe ’camo griadiesci’, 1894-1896) si tratta della lotta dei primi cristiani contro il despota Nerone (vd. sopra) . – “В романе-эпопее «Quo vadis» (в некоторых русских переводах «Камо грядеши», 1894-1896) изображается борьба ранних христиан против деспотизма Нерона.“ (25.01.09: http://dic.academic.ru/dic.nsf/ruwiki/57553).

[32] Cf. Sienkiewicz [ a ], pp. 7s: Petronius erwachte erst gegen Mittag, wie gewöhnlich war er noch recht erschöpft. Tags zuvor hatte er an einem Gastmahl bei Nero teilgenommen, das spät in der Nacht zu Ende gegangen war. […] Nach jenem Gastmahl also, bei dem er […] mit Nero, Lucan und Seneca […] disputiert hatte […]. Petronius war seinerzeit Prokonsul in Bythinien gewesen und er hatte dort, […] mit Strenge und Gerechtigkeit regiert.” – “Petroniusz obudził się zaledwie koło południa i jak zwykle, zmęczony bardzo. Poprzedniego dnia był na uczcie u Nerona, która przeciągnęła się do późna w noc. […] Po owej więc uczcie, […] brał wraz z Neronem, Lukanem i Senecjonem udział […]. Petroniusz był niegdyś rządcą Bitynii i co większa, rządził nią sprężyście i sprawiedliwie.“ (Sienkiewicz [ b ], pp. 3s.).

Details

Seiten
25
Jahr
2009
ISBN (eBook)
9783640307852
ISBN (Buch)
9783640306060
Dateigröße
696 KB
Sprache
Italienisch
Katalognummer
v124938
Institution / Hochschule
Christian-Albrechts-Universität Kiel – Romanisches Seminar
Note
2,7
Schlagworte
Decameron Giovanni Boccaccio Satyricon Petronio Novellenerzählen Frankreich Italien

Autor

Teilen

Zurück

Titel: Lo stile narrativo del sestimo giorno nel 'Decameron' di Giovanni Boccaccio comparato con il 'Satyricon liber' di Petronio