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Dichtung e arte

L'eccedenza della poesia nel pensiero di Heidegger

Fachbuch 2010 148 Seiten

Philosophie - Praktische (Ethik, Ästhetik, Kultur, Natur, Recht, ...)

Leseprobe

Indice

Premessa

Nota introduttiva
1. Uno spunto da cui prendere le mosse
2. La questione se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia
3. L’essenza della poesia e l’arte nelle sue manifestazioni
4. Sintesi delle soluzioni possibili al problema se l’arte in tutte le sue maniere esaurisca l’essenza della poesia
5. Piano di lavoro

Capitolo I
L’eccedenza dell’essenza della poesia rispetto all’arte
nella letteratura specialistica
1. Considerazioni preliminari
2. Autori che si sono specificamente riferiti alla questione aperta da Heidegger ne L'origine dell'opera d'arte
3. La questione preliminare della Kehre
4. Studi su Heidegger rivelanti una presa di posizione riguardo al problema se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia
5. In sintesi l’interpretazione più diffusa della questione della poesia, dell’opera d’arte e della Kehre nel pensiero di Heidegger

Capitolo ii
Critica delle interpretazioni considerate e tentativo di ricostruzione del pensiero di heidegger sull’essenza della poesia
1. Considerazioni preliminari
2. La Dichtung e gli altri modi di accadere della verità
3. La Dichtung come Welterschließung
4. L’essenza della poesia come istituzione
5. L’essenza della poesia come poíhsij
6. La Dichtung come “comunicazione essenziale del linguaggio”
7. Tentativo di una nostra interpretazione dell’essenza della poesia nel pensiero di Heidegger
8. Il discorso poetico nel § 34 di Essere e tempo
9. La questione della poesia dopo la Kehre
10. Dichten e Denken
11. In quale senso l’arte nelle sue maniere non esaurisce l’essenza della poesia
12. La questione del rilievo pratico dell’arte

Capitolo iii
La Dichtung nel quadro di altri temicentrali del pensiero heideggeriano
1. Considerazioni preliminari
2. Il senso del “lasciare aperta la questione” se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia
3. Essenza della poesia, pericolo e tecnica
4. Essenza della poesia e abitare poetico
5. Poesia e bellezza
6. Poesia e questione della Kehre

Conclusioni
1. Resoconto di un percorso
2 . Direzione del nostro percorso

Bibliografia

PREMESSA

Questo scritto relativamente breve, inapparente in quanto posto semplicemente come uno fra i tanti lavori della sterminata bibliografia su Heidegger, affidato per necessità a un Editore generoso ma anche forse in parte disinteressato a discernere ciò che è degno di esser detto – e dunque più che mai mescolato a parole logore nostra quotidiana compagnia, si prefigge nondimeno l’ambizioso scopo di custodire quello che mi è parso il senso concreto della Dichtung nella riflessione heideggeriana.

Il mio auspicio è che, nel nostro tempo confuso e pieno di clamori, esso possa contribuire a ricondurre di fronte all’urgenza che nelle vite degli esseri umani sia lasciato adeguato spazio alla bellezza come nutrimento accessibile.

Roma, agosto 2010.

NOTA INTRODUTTIVA

1. Uno spunto da cui prendere le mosse

Questo studio prende avvio dalla considerazione di un passo di poche righe tratto dal saggio su L’origine dell’opera d’arte[1] di Heidegger in cui viene posta una questione per lo più ignorata o comunque non presa sufficientemente sul serio da parte degli studiosi. Vediamo come si giunge alla sua formulazione.

In questo saggio Heidegger svolge una serie di riflessioni riguardo all’opera d’arte, toccando, com’è noto, vari punti centrali del suo pensiero: l’opacità e il ritrarsi della cosa, la lotta di terra e mondo, la messa in opera della verità intesa come illuminazione e nascondimento, la storicità, l’apertura, ecc.

Nelle battute finali del saggio, ai temi della verità, dell’apertura, della storicità dell’opera d’arte, si affianca quello della poesia (Dichtung)[2]. A tale proposito Heidegger dice:

“[o]gni arte, in quanto lascia che si storicizzi l’avvento della verità dell’ente in quanto tale, è nella sua essenza poesia” (Heidegger, OOA, 56).

Nell’arte dunque, si dispiega l’essenza della poesia, l’arte è uno dei modi in cui la poesia si essenzia.

Più avanti nel testo, Heidegger si sofferma a riflettere sull’essenza della poesia: oltre che a chiarire che cosa significhi “poesia” in rapporto per es. all’immaginazione, svolge altre considerazioni avvicinando la Dichtung alle singole arti e tentando di indagare quale rapporto vi sia fra l’essenza della poesia e l’arte nelle sue maniere. A tale proposito Heidegger afferma:

“[s]e ogni arte è, nella sua essenza, poesia, l’architettura, la scultura e la musica dovranno poter essere ricondotte alla poesia come genere letterario [ Poesie ]. Ma non si tratterà di un arbitrio? Sì, certo, se concepissimo le arti suddette come sottospecie dell’arte della parola, se è lecito designare la poesia con questa espressione facilmente equivocabile. Ma l’arte poetica [ Poesie ] è soltanto un modo della progettazione illuminante della verità, cioè del Poetare [ Dichten ] nel senso più ampio. Tuttavia, l’opera d’arte in parola, la poesia in senso stretto, ha una posizione sua propria nell’insieme delle arti” (ibid. 56-57).

Nel passo appena riportato Heidegger afferma dunque il rango peculiare dell’arte poetica rispetto alle altre arti: tale rango peculiare emergerebbe con evidenza, secondo Heidegger, riflettendo sul linguaggio. Abitualmente, dice infatti Heidegger, “il linguaggio è inteso come una specie di comunicazione” (ibid., 57), ma questa deve ritenersi una interpretazione che non coglie l’essenza del linguaggio, giacché dopo una serie di considerazioni (che esamineremo nel corso di questo lavoro), Heidegger arriva a dire: “[i]l linguaggio stesso è poesia in senso essenziale”(ibid., 58), istituendo fra linguaggio e poesia un nesso più originario di quello che lega il linguaggio alla funzione comunicativa.

2. La questione se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia

Proprio in questa parte del saggio viene posta la questione che ci interessa con la quale vorremmo aprire questo studio, come se esse potesse essere una fenditura per entrare nella complessità della riflessione heideggeriana sulla Dichtung.

Al culmine delle considerazioni di cui abbiamo riportato i passaggi più significativi, Heidegger dice:

“[l]a poesia qui è pensata in un senso così ampio e, ad un tempo, in una così intima ed essenziale unità col linguaggio e la parola, da lasciar aperta la questione se l’arte, in tutte le sue maniere, dall’architettura alla composizione poetica, esaurisca veramente l’essenza della poesia” (Heidegger OOA, 58).

La questione enunciata nei termini appena riportati e lasciata aperta da Heidegger apparentemente delinea due alternative possibili.

a) La prima alternativa è che l’arte in tutte le sue maniere esaurisca l’essenza della poesia, nel senso che l’arte ricolmerebbe l’ambito della poesia, ne porterebbe a compimento il baluginare, mettendolo in opera e accadendo come verità. Secondo questa alternativa, l’affermazione per cui l’arte esaurisce l’essenza della poesia può fra l’altro significare che, se vogliamo cogliere l’essenza della poesia, dobbiamo rivolgerci alle opere dell’arte giacché solamente in questo ambito troviamo dispiegata la poesia nella sua essenza – e in special modo nelle opere d’arte poetica, dato che queste opere occupano, per stessa ammissione di Heidegger, come abbiamo visto (cfr. supra, par. precedente), una posizione speciale fra le varie maniere dell’arte.
b) La seconda alternativa che si deduce dalla questione posta da Heidegger è che l’arte non esaurisca l’essenza della poesia, nel senso che la poesia costituirebbe un ambito talmente vasto (e Heidegger stesso dice: “la poesia qui è pensata in senso così ampio…”), da non poter subire consunzione da parte delle varie manifestazioni dell’arte: l’essenza della poesia costituirebbe dunque un ambito eccedente quello delle singole opere d’arte in cui essa dispiega la propria essenza.

In primis, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il pensiero heideggeriano, considerata l’importanza fondamentale che per Heidegger riveste la questione del linguaggio[3], sarebbe portato a considerare la questione da cui scaturiscono le due alternative indicate come un falso problema: se infatti il linguaggio stesso è poesia, l’opera d’arte, proprio in quanto opera, e cioè in quanto cosa (Heidegger OOA, 6 ss.), non esaurisce né può esaurire l’essenza (poetica) del linguaggio. La questione posta e lasciata aperta da Heidegger sarebbe una sorta di formulazione retorica di un interrogare del pensiero che in realtà ha già deciso quale strada percorrere. In altre parole ci troveremmo non di fronte a un problema filosofico, ma soltanto davanti a un artificio stilistico inserito nel testo per ritardare una presa di posizione invece già decisamente assunta, allo scopo di non scoprire, per così dire, le proprie carte anzitempo: da un lato al fine di indurre il lettore alla riflessione, dall’altro per compiacersi del ritrarsi dell’evidenza del senso utilizzando uno stile volutamente oscuro e ambiguo[4].

3. L’essenza della poesia e l’arte nelle sue manifestazioni

La questione posta da Heidegger nella parte finale de L’origine dell’opera d’arte sarebbe dunque un falso problema: l’arte nelle sue maniere non esaurisce l’essenza della poesia, che per questo costituirebbe un ambito eccedente rispetto all’arte.

Ma che cosa significa che l’essenza della poesia è eccedente rispetto alle varie maniere dell’arte, dall’architettura alla pittura alla musica, in un senso tale che queste maniere non esauriscono quell’essenza?

Heidegger vuole forse dire che la Dichtung costituisce un ambito eccedente ed inesauribile dal quale gli artisti possono attingere per produrre opere sempre nuove?

Ma in questo caso la poesia dispiegherebbe la propria essenza esclusivamente nelle opere dell’arte oppure anche in altri ambiti? Se l’arte fosse l’unico ambito in cui la poesia dispiega la propria essenza, allora almeno in un certo senso potrebbe affermarsi che l’arte esaurisce l’essenza della poesia: non nel senso che si può pervenire a un esaurimento della poesia per “saturazione”, mediante la produzione di opere d’arte in quantità, varietà, misura, contenuti, ecc., tali da dover decretare la morte dell’arte che già Hegel aveva sancito quasi due secoli fa; ma si potrebbe dire che l’arte esaurisce l’essenza della poesia nel senso che pur continuando la produzione di opere d’arte e la fondazione di mondi storici mediante le opere d’arte, tuttavia di fatto soltanto nelle varie maniere dell’arte, dall’architettura alla scultura, dalla pittura alla lirica, dal cinema al teatro e alla musica, troviamo il dispiegarsi dell’essenza della poesia.

Una simile interpretazione, se fosse da accogliere, finirebbe comunque con l’avvicinare fra loro le due alternative indicate da Heidegger a tal punto, sotto il profilo che abbiamo considerato, da renderne appena visibili i confini, così da perdere il senso stesso della questione aperta dal filosofo.

Ma in effetti nello stesso saggio sull’origine dell’opera d’arte Heidegger sembra offrire espressamente un bandolo per sbrogliare le due alternative che dopo un esame più ravvicinato ci sono sembrate intrecciate e per rafforzare così la convinzione di chi ritiene che la questione se l’arte esaurisca l’essenza della poesia sia posta soltanto nella forma di domanda retorica. In quelle stesse pagine, Heidegger individua effettivamente anche un altro ambito, oltre a quello delle opere dell’arte, in cui la poesia dispiega la propria essenza. Il filosofo infatti dice:

“[l]’arte, in quanto messa in opera della verità, è poesia. Ma non è poetica [ dichterisch ] soltanto la produzione dell’opera; lo è altrettanto, a modo suo, anche la salvaguardia dell’opera” (Heidegger OOA, 58 ).

Allora, da quanto appena riportato, sembra che Heidegger voglia dire: l’essenza della poesia si dispiega secondo due modalità: nell’arte in tutte le sue maniere e nella salvaguardia delle opere d’arte[5].

Tuttavia, la salvaguardia delle opere d’arte sembra appartenere alla stessa struttura dell’arte[6]: infatti Heidegger precisava nelle pagine precedenti, che

“[c]ome è impossibile che un’opera ci sia senza essere stata fatta (cioè: come l’opera richiede in linea essenziale chi l’ha fatta) così, quale fattura, essa non può sussistere senza chi la salvaguardi” (Heidegger OOA,51).

Ma se la salvaguardia dell’opera d’arte appartiene comunque alla struttura dell’arte, in che senso allora le maniere dell’arte non possono esaurire l’essenza della poesia? Soltanto nel senso cui abbiamo accennato prima, vale a dire nel senso che l’essenza della poesia costituisce ciò da cui gli artisti possono attingere come a una sorgente inestinguibile?

Ma allora non esistono per Heidegger ambiti, al di fuori di quello delle maniere e della salvaguardia dell’arte, in cui possa dispiegarsi l’essenza della poesia? Certamente Heidegger pone l’accento sul fatto che il linguaggio stesso è nella sua essenza poesia, ma non potrebbe voler dire con ciò semplicemente che il linguaggio è poetico perché in esso si radica la possibilità di produrre opere dell’arte poetica, alle quali, come abbiamo già osservato, fra le varie arti spetta per tale ragione un rango privilegiato? Se questa fosse la lettura da seguire, dovrebbe ritenersi che per Heidegger ai soli artisti (e in particolare ai poeti) spetti, in quanto produttori di opere d’arte, il compito di dispiegare l’essenza della poesia[7].

Eppure, se da un lato, Heidegger ha avuto modo di sottolineare più volte nello sviluppo del suo pensiero l’importanza della parola poetica e della figura del poeta, dall’altro lato possiamo imbatterci in considerazioni del filosofo tedesco le quali non solo appaiono contraddittorie rispetto a quanto abbiamo visto finora, ma anche gettano nel disordine le problematiche che abbiamo tentato di distinguere sino a questo punto del nostro discorso. Ne Il detto di Anassimandro, saggio del 1946 e quindi successivo a L’origine dell’opera d’arte, ma pubblicato insieme a questo in Sentieri interrotti, Heidegger infatti dice:

“[u]n detto del pensiero può essere tradotto soltanto nel colloquio del pensiero con ciò che il pensiero ha detto. Ma il pensare è poetare [ Dichten ]; non però nel modo della poesia [ Dichtung ] nel senso della poesia e del canto. Il pensiero dell’essere è il modo originario del poetare [ Dichten ]. E’ in esso soltanto che prima di tutto il linguaggio si fa linguaggio, cioè perviene nella sua essenza. Il pensare dice il Diktat della verità dell’essere. Il pensare è il dictare originario. Il pensare è il poetare [ Dichten ] originario e primitivo che precede ogni opera dell’arte poetica [Poesie] e che precede il carattere di poesia [ das Dichterische ] dell’arte nella misura in cui questa è posta in opera nella sfera del linguaggio. Ogni poetare [ Dichten ], nel senso ampio e in quello ristretto del poetico [ poetisch ], è nel suo fondamento, pensare. L’essenza poetante [ dichtend ] del pensare salvaguarda il dominio della verità dell’essere” (Heidegger Anax, 306).

Come vanno intese queste parole rispetto a quanto affermato da Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte ? Si tratta di incoerenza del pensiero, o di uno sviluppo successivo? Ma se esse costituiscono uno sviluppo successivo del pensiero, perché sono state pubblicate nello stesso volume al cui interno ha visto la luce (dopo circa 15 anni dalla prima redazione) il saggio su L’origine dell’opera d’arte ? Sono inoltre note le riflessioni di Heidegger a proposito del rapporto fra poesia e filosofia: per dirla con l’immagine usata dal filosofo, il poeta e il pensatore “abitano vicino su monti divisi” (cfr. Heidegger 1929, 56; sul rapporto fra Dichten e Denken v. diffusamente Kuhlmann 2010). In che modo allora si innesta fra poesia e filosofia la questione dell’essenza della poesia? Si tratta soltanto di stabilire a chi spetti il “primato” dell’originarietà nel linguaggio, se al pensatore, come appare ne Il detto di Anassimandro, o se al poeta, come invece si potrebbe dedurre non solo da L’origine dell’opera d’arte, ma anche dalle interpretazioni delle poesie di Hölderlin?

Dalle riflessioni appena svolte ci sembra che non si possa liquidare tanto rapidamente la questione posta da Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte e riguardante il problema se l’arte esaurisca l’essenza della poesia, come se si trattasse di una domanda retorica o di una sorta di vicolo cieco in cui va a finire il cammino del pensiero. Ci pare invece che il problema sia degno di un’indagine più approfondita.

L’attenzione che il tema del nostro studio ci sembra meritare d’altronde è mossa non solo e non tanto dalle nostre personali considerazioni. E’ noto infatti che lo stesso saggio sull’origine dell’opera d’arte non si propone di offrire una definizione dell’opera d’arte così come ci si potrebbe attendere dal titolo affrontando il testo a partire dalla prospettiva della filosofia tradizionale. Ma non soltanto perché anche in questo saggio, come era accaduto in Essere e tempo (Heidegger ET, 23-24, § 2), Heidegger cerca di “stare nel circolo” determinato dalla contraddizione che emerge riflettendo sull’origine dell’arte e dell’artista (Heidegger OOA, 3-4), per cui la sua riflessione finisce col sottrarsi all’esigenza definitoria tipica del pensiero metafisico; quanto piuttosto perché, per ammissione dello stesso Heidegger, il complesso dei problemi che riguardano l’opera d’arte, l’artista, la messa in opera della verità, ecc.,

“si raccoglie attorno al vero nocciolo della questione che si trova là dove si discute dell’essenza del linguaggio e della poesia, sempre in riferimento all’appartenenza reciproca dell’essere e del dire”[8].

4. Sintesi delle soluzioni possibili al problema se l’arte in tutte le sue maniere esaurisca l’essenza della poesia

Prima di passare all’esame delle questioni che abbiamo profilato, vediamo in modo sintetico le soluzioni possibili alla domanda, formulata da Heidegger e volutamente lasciata priva di risposta, se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia.

a) La prima soluzione possibile è che l’arte esaurisca l’essenza della poesia. Ciò può essere inteso o nel senso che, nella molteplicità e ricchezza delle sue manifestazioni, l’arte arriva prima o poi a estinguere la sorgente della poesia, oppure nel senso che l’ambito dell’arte è quello esclusivo in cui la poesia può dispiegarsi.
b) La seconda soluzione è che l’arte non esaurisca l’essenza della poesia e ciò in vari sensi. Innanzitutto perché la poesia costituisce una sorta di fonte così ricca da cui si potrà sempre attingere per la creazione di nuove opere e la fondazione di mondi storici. Questa soluzione lascia impregiudicato il problema se l’essenza della poesia si riversi – per così dire – tutta nelle opere d’arte o anche in altri ambiti: nel primo caso questa soluzione potrebbe in parte coincidere con la prima, prospettata alla lettera a).
c) Un altro senso in cui può dirsi che l’arte non esaurisce l’essenza della poesia è che l’essenza della poesia si dispiega non solo nell’arte, ma anche nella sua salvaguardia. Peraltro abbiamo visto che la salvaguardia dell’opera appartiene alla stessa struttura dell’arte, per cui, lasciando impregiudicata la questione se prima o poi si arrivi ad esaurire la sorgente dell’essenza della poesia, si potrebbe dire che comunque la struttura dell’arte, nelle sue maniere così come nella sua salvaguardia, costituisce l’unico ambito in cui l’essenza della poesia può dispiegarsi, e in questo – se pur limitato – senso potrebbe parlarsi di una capacità dell’arte di esaurire l’essenza della poesia.
d) Un’altra soluzione è quella a cui si perviene riflettendo sul fatto che per Heidegger il linguaggio stesso è nella sua essenza poesia, per cui si può dire che il linguaggio stesso sia l’ambito in cui troviamo l’essenza della poesia. Ma considerata l’importanza attribuita da Heidegger alla poesia come modalità dell’arte, e considerato che nella parola del poeta accade la verità dell’essere, viene il dubbio se la poesia si rinvenga nel linguaggio soltanto là dove il linguaggio trovi espressione nella maniera artistica del testo poetico.
e) Oppure l’essenza della poesia nel suo non essere esaurita né consumata dall’arte per Heidegger va pensata in modo ancor più radicale, ed eventualmente in che modo, considerato che per Heidegger la poesia è un modo di darsi dell’essere e l’essere tende piuttosto a sottrarsi, cioè tende a darsi velandosi[9] ? La possibilità di questa interpretazione più radicale pare sollecitata non solo dallasensazione di insoddisfazione che resta dopo aver messo a fuoco le quattro soluzioni che precedono, ma anche dalle riflessioni di Heidegger contenute ne Il detto di Anassimandro sopra riportate.

5. Piano di lavoro

Dopo aver cercato di delineare i problemi sottesi dalla questione posta da Heidegger, ci pare ora giunto il momento di vedere come studiosi, critici e seguaci del pensiero di Heidegger hanno preso in considerazione queste problematiche. All’esame delle posizioni di costoro dedicheremo il primo capitolo di questo lavoro, purtroppo inevitabilmente condotto in modo molto analitico.

Il secondo capitolo sarà invece dedicato all’esame dei testi heideggeriani rilevanti nel tentativo di scardinare le interpretazioni correnti sul tema e proporre una nostra lettura del problema prospettato.

Il terzo capitolo infine riguarderà la verifica della coerenza della nostra tesi rispetto adaltri temi cardinali del pensiero del filosofo tedesco, sia al fine di illustrarne la fondatezza, sia al fine di chiarire meglio la portata e la centralità che la questione della poesia riveste nella comprensione del suo pensiero.

Infine tireremo le fila di questo lavoro offrendo una sintesi del suo percorso e cercando di rendere comprensibile la scelta di avviarlo a partire da una questione inosservata.

Capitolo I
L’eccedenza dell’essenza della poesia rispetto all’arte
nella letteratura specialistica

1. Considerazioni preliminari

Come accennavamo nella Nota introduttiva, in questo Capitolo ci occuperemo della letteratura che riguarda il tema del nostro lavoro, al fine di vedere come questo sia venuto in rilievo negli studi riguardanti il pensiero heideggeriano a tale riguardo. In primo luogo prenderemo in considerazione quegli autori (non molti, a quanto ci risulta) che hanno riflettuto specificamente sul senso che la questione enunciata e lasciata aperta da Heidegger ne L'origine dell'opera d'arte dovrebbe avere. Ci riferiremo poi a quegli studiosi che, pur senza affrontare la questione che ci interessa, hanno offerto un'interpretazione del pensiero heideggeriano la quale più o meno direttamente si mostra o come una soluzione della questione lasciata aperta da Heidegger oppure come un tentativo di dipanare il pensiero heideggeriano a partire da un punto di osservazione che finisce col toccare i temi dell'opera d'arte e dell'essenza della poesia.

2. Autori che si sono specificamente riferiti alla questione aperta da Heidegger ne L'origine dell'opera d'arte

Accennavamo al fatto che non sono molti gli studiosi che si sono soffermati sul passo de L'origine dell'opera d'arte oggetto del nostro lavoro.

Secondo qualche autore, la domanda se l'arte nelle sue maniere esaurisca o meno l'essenza della poesia troverebbe una risposta negativa in questo senso:

“[t]he train of thought of Heidegger's essay on the work of art undergoes a change when he asks 'whether art, specifically taken in all its modes from architecture to poesy, exhausts the essence of poetry’. Here he is pointing out that we may not limit ourselves to art in order to experience what poetry means but we must appeal to thought in order to comprehend what occurs in poetry. This idea occupies Heidegger through his latest works”[10].

Secondo questa interpretazione, l’arte non esaurirebbe l’essenza della poesia in quanto non potremmo limitarci all'arte per comprendere il significato dell'essenza della poesia, ma dovremmo appellarci al pensiero. Ora, chi sostiene questa interpretazione fa riferimento evidentemente a quegli scritti in cui Heidegger pone l'accento sul dialogo che deve essere istituito fra pensiero e poesia. Tuttavia nei termini in cui il passo de L’origine dell’opera d’arte viene interpretato, non è chiaro, alla luce di quanto abbiamo rilevato nella Nota introduttiva, se l’appello al pensiero sia necessario per delimitare l’ambito ulteriore (oltre a quello delle maniere dell’arte) in cui la poesia dispiega la propria essenza, oppure se riguardo a questo problema al pensiero spetti “soltanto” il ruolo di comprendere la poesia. In questo secondo caso – e questa pare la soluzione più conforme alle parole usate dall'interprete di Heidegger – il pensiero non costituirebbe un ambito ulteriore della poesia, bensì – esclusivamente – lo strumento per coglierne l’essenza. L’unico ambito della poesia resterebbe allora esclusivamente quello dell'arte.

Qualche altro studioso che pure fa riferimento al passo più volte ricordato de L’origine dell’opera d’arte sembra distinguere un ambito della Dichtung eccedente rispetto a quello dell'arte:

“[a]us diesem Verständnis von Dichtung geht dann Heideggers Unterscheidung zwischen ‘Dichtung im wesentlichen Sinne’, die in und durch die Sprache ‘geschiet’, und der Dichtung als entwerfende (schöpferische) ‘Welterschließung’, die ausgezeichneterweise in der Kunst stattfindet, hervor” (Lafont 1994, 126).

Vi sarebbero dunque, secondo tale interpretazione, due modalità della Dichtung: quella che accade nel e attraverso il linguaggio, e che deve essere intesa come poesia in senso essenziale, e quella il cui aspetto distintivo è costituito dalla creatività e dalla progettualità, la quale si manifesta eminentemente nell'arte come “apertura di mondo”. In realtà, il tema che ci interessa viene sfiorato appena nelle righe dello studio appena citato, tematicamente incentrato sull'apertura di mondo (Welterschließung), e non sul problema se l'essenza della poesia venga o meno esaurita dall'arte. Se tuttavia la poesia viene distinta secondo due modalità, una coincidente con l’arte e l’altra, più essenziale, che scaturisce dal linguaggio e in esso accade, potremmo concludere che la posizione assunta – almeno fra le righe – riguardo al problema che ci interessa è che l’arte non esaurisce l’essenza della poesia, perché l’arte è apertura creativa di un mondo, mentre la poesia accade in primo luogo nel linguaggio stesso. Nelle pagine successive alla frase che abbiamo citato, peraltro, l’accento viene posto proprio sull’apertura di mondo come tratto fondamentale del linguaggio, per cui la differenza prima tracciata fra le due modalità della Dichtung tende a svanire e i due sensi in cui la Dichtung dovrebbe essere intesa tendono a sovrapporsi: l’apertura di mondo finisce infatti – del resto coerentemente con l’analisi dei testi heideggeriani condotta da questo studioso – col caratterizzare tanto l’opera d’arte quanto la poesia (che viene intesa, sulla base del passo citato, come Dichtung del linguaggio): sotto questo profilo l'opera d'arte sembra riassorbire in sé il tratto fondamentale del linguaggio[11], in quanto arte e linguaggio vengono entrambi accomunati dal fatto di costituire “apertura di mondo”. Di conseguenza anche in questo caso non ci troviamo davanti a considerazioni sufficientemente chiare al fine di capire se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia.

Un’altra interpretazione è quella che lega la messa in opera della verità propria dell’arte agli altri modi di accadere della verità di cui parla Heidegger nel medesimo saggio:

“[l]e dire poétique ne s’étendrait-il pas au delà des arts, donc du se-mettre-à-l’œuvre de la vérité ? Plus haut dans le même texte, sont nommées d’autres manières d’advenue de la vérité : ‘une autre manière dont la vérité existe, est l’action du fondateur d’Etat. Une autre manière dont la vérité vient à paraître, est la proximité de ce qui n’est pas un simple étant, mais le plus étant des étants. Une autre manière encore dont la vérité se fonde est le sacrifice authentique. Une autre manière dont la vérité devient est le questionnement de la pensée qui, comme pensée de l’être, nomme celui-ci dans sa dignité de question’. Toutes ces manières reposent-elles simplement dans le dire poétique en tant que advenue de la vérité ? Le texte laisse la question en suspens“ (Allemann 1959, 138-139).

Le osservazioni appena riportate alludono alla possibilità di interpretare l’ambito della Dichtung in modo così ampio da includervi anche gli altri modi di accadere della verità cui Heidegger fa riferimento nello stesso saggio. Poco più avanti questi rilievi critici proseguono nell’indicare, come sviluppo successivo del pensiero heideggeriano, il dire del pensiero quale modalità del dire poetico:

“[l]’Origine de l’œuvre d’art plaçait encore la pensée à coté d’autres ordres d’advenue de la vérité de l’étant. Ce texte laissait entendre que leur fond commun était la poésie, au sens le plus large. Dix ans plus tard, dans le texte sur Anaximandre, ce rapport est, d’une certaine manière, conservé, et d’une autre, inversé. Conservé, dans la mesure où la poésie, au sens le plus large, garde sa signification englobante ; inversé, dans la mesure où la pensée est élevée au même niveau, voire caractérisée comme le mode originel du dire poétique. Dans le texte plus ancien la poésie au sens restreint, était nommée la poésie la plus originelle au sens profond. Comment un tel changement, une dévaluation de la poésie en simple poésie littéraire ?”[12].

Secondo l’interpretazione seguita in questo scritto, dunque, l’essenza della poesia si troverebbe innanzitutto: nell’opera d’arte, negli altri modi in cui la verità accade (fondazione di uno Stato, sacrificio essenziale, vicinanza del più essente fra gli enti, interrogare del pensiero in quanto pensiero dell’essere); invece in uno sviluppo successivo della riflessione del filosofo tedesco, la Dichtung si legherebbe al pensiero stesso, giacché, come Heidegger scrive ne Il detto di Anassimandro, il pensare è poetare (cfr. supra, Nota introduttiva, par. 3).

Un ultimo studio che presta attenzione alla questione lasciata aperta ne L'origine dell'opera d'arte si limita alla citazione del passo heideggeriano senza ulteriori commenti[13], segno – a nostro avviso – che l'autore non ha rilevato alcuna problematicità in proposito.

3. La questione preliminare della Kehre

Come abbiamo visto, gli studi che si sono espressamente soffermati sul passo de L'origine dell'opera d'arte per noi particolarmente meritevole di riflessione, si sono limitati a poco più che stringate considerazioni: qualcuno ha enfatizzato il ruolo del pensiero nella comprensione della poesia, e forse anche nello stesso dispiegarsi di questa; qualcun altro ha sottolineato come l'opera d'arte costituisca l'apertura creativa di un mondo, senza però tracciare una precisa differenza rispetto alla apertura del mondo che accade anche nel linguaggio; qualcuno ha fatto allusione alla opportunità di ricomprendere nella poesia anche gli altri modi di accadere della verità, fra i quali spiccherebbe, nell’evoluzione del pensiero heideggeriano, il pensiero stesso. Emblematico della scarsa attenzione rivolta dagli studiosi al nostro tema sembra comunque il fatto che in qualche altro scritto il passo di Heidegger che noi troviamo problematico è stato riportato senza commenti.

Più dense e articolate sono le riflessioni che invece discutono i temi del linguaggio, dell'essenza della poesia, della verità, dell'arte, ecc., nel quadro complessivo del pensiero heideggeriano. Da tali riflessioni, che tentano di descrivere o di spiegare la posizione di Heidegger riguardo a questi temi, emergono direzioni che implicitamente offrono qualche indicazione per risolvere il problema posto e lasciato aperto da Heidegger sulla possibilità che la poesia esaurisca la propria essenza soltanto nell’arte.

Molti contributi critici sembrano poter essere ricondotti a relativamente pochi orientamenti interpretativi che ora vorremmo sintetizzare a fini espositivi. Tuttavia, prima di procedere con l’esposizione di questi orientamenti interpretativi, ci sembra opportuno fare riferimento a una questione la quale, benché negli ultimi tempi meno rilevante negli scritti degli studiosi, resta tuttavia sullo sfondo di molte interpretazioni riguardanti la posizione e il ruolo della poesia nel pensiero di Heidegger.

Ci riferiamo con ciò al dibattito riguardante la Kehre, ovvero la “svolta” del pensiero dichiarata dallo stesso Heidegger[14]. Questo dibattito, vivo sino a non molti anni fa, si è negli ultimi tempi apparentemente acquietato per passare in secondo piano almeno rispetto ad altre problematiche, e ciò grazie al fatto che soltanto dopo la morte di Heidegger hanno visto la luce numerosi suoi scritti assai rilevanti per la comprensione del suo pensiero[15]. La pubblicazione delle opere rimaste inedite durante la vita di Heidegger ha infatti consentito a molti studiosi di rivendicare la sostanziale unità del pensiero heideggeriano. In questo contesto, la Kehre è stata intesa piuttosto come lo spostamento d’accento dei temi affrontati in Essere e tempo[16]. Peraltro, se questa perdita di importanza della questione della Kehre ha coinvolto l’interpretazione globale del pensiero di Heidegger, è anche vero che gli studiosi che si sono occupati di determinare il posto che occupa la poesia nella filosofia heideggeriana hanno invece sottolineato l’importanza che la Kehre ha avuto nell’ambito della riflessione sull’arte, giacché proprio il fallimento dell’impianto di Essere e tempo avrebbe condotto Heidegger lungo il sentiero della poesia e l’avrebbe indotto a concentrare la propria riflessione sull’opera di alcuni poeti[17]. Secondo questi studiosi, anzi, il breve accenno al discorso poetico contenuto nel § 34 di Essere e tempo ( Heidegger ET, 206)[18] va inteso nel quadro di un pensiero ancora sorretto dalla fiducia di poter dire il senso dell’essere in generale, mentre il rivolgersi dell’attenzione alla poesia avvenuto dopo la Kehre sottenderebbe una modifica sostanziale del pensiero: una svolta, appunto[19]. La riflessione sulla poesia sarebbe dunque il segno più evidente della Kehre heideggeriana. Detto in altre parole: se per quello che riguarda altri aspetti del pensiero heideggeriano la portata della Kehre è stata molto ridimensionata, sarebbe proprio l’ambito della poesia quello in cui la “svolta” sarebbe percepibile con maggiore evidenza.

Agganciandosi alla questione della Kehre, insomma, il tema della poesia si innesta in modo problematico nel quadro dell’intero pensiero heideggeriano. Stabilire la portata della Kehre rispetto alla questione della poesia e, reciprocamente, la portata della riflessione sulla poesia rispetto al senso della Kehre, significa, a nostro avviso, ricondurre i problemi dell’opera d’arte nella prospettiva complessiva della filosofia di Heidegger secondo due possibilità: o nel senso della continuità con gli scritti precedenti, e in particolare con Essere e tempo, oppure nel senso di una effettiva rottura con la riflessione elaborata anteriormente, ciò che renderebbe opportuno parlare di una vera e propria svolta del pensiero di Heidegger e che legittimerebbe eventualmente la necessità di isolare gli scritti su i “temi tradizionali dell’estetica” (l’arte, la poesia, la bellezza) rispetto a quelli sugli altri temi centrali del suo pensiero[20].

4. Studi su Heidegger rivelanti una presa di posizione riguardo al problema se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia

Una volta resi espliciti i termini in cui la questione preliminare della Kehre può gravare sul tema del nostro studio, possiamo passare all’esame delle varie interpretazioni offerte da vari studiosi e riguardanti l’arte, la poesia, il linguaggio, ecc., limitatamente all’argomento del nostro lavoro.

a) Un primo gruppo di studiosi che possiamo prendere in considerazione accomuna quegli scritti in cui la soluzione data al nostro problema (più o meno implicitamente) è che l’essenza della poesia non viene esaurita dall’arte perché, come dice lo stesso Heidegger, il linguaggio stesso è, nella sua essenza, poesia. Ciò sarebbe da intendersi, per questo gruppo di autori, nel senso che il linguaggio è creativo: ogni discorso è creativo e la Dichtung più che “poesia” (con le implicazioni semantiche di questo termine, che nella nostra lingua rinvia per es. alla bellezza, oppure, in senso sentimentale, a un senso di struggimento per qualcosa di raro o di perduto, a qualcosa di intatto e non di questo mondo, ecc.), sarebbe poíhsij[21].
b) Un secondo modo di interpretare l’essenza della poesia quale ambito non esaurito dall’arte mediante il riferimento al linguaggio è quello che intende la Dichtung come “comunicazione essenziale del linguaggio”[22].
c) Qualcun altro parte dal fatto che, stando alle parole di Heidegger, poiché l’opera d’arte è apertura di un mondo, anche la poesia in cui consiste l’essenza dell’arte va intesa come apertura di un mondo. Per “mondo”, secondo questa interpretazione, bisogna intendere non una totalità di fatti, ma di significati: e qui si innesta la questione del linguaggio, e in questi termini si spiegherebbe il legame fra linguaggio e poesia (Harries 1991, 77 e 85), ma non nel senso che le parole servono a descrivere il mondo che viene fondato: piuttosto, “[t]he peculiar adequacy of poetic language depends at least in part on the way it discloses the essential inadequacy of all language” (Harries 1991, 86). In altre parole, se comprendiamo bene il senso dello scritto che abbiamo appena riportato per sommi capi, la Dichtung oltre ad essere – e forse più che essere – l’apertura di un mondo nell’opera d’arte, sarebbe quel linguaggio che, rivelando, lascerebbe apparire l’inadeguatezza di ogni linguaggio, e perciò il poetico sarebbe l’indicibile del linguaggio. Riconducendo questa interpretazione al problema che ci interessa, forse potrebbe dirsi[23] che la poesia dispiega la propria essenza là dove appare l’inadeguatezza del linguaggio.
d) Qualche autore, dopo aver dato rilevo al duplice versante – se così possiamo dire – della poesia, che per Heidegger, come abbiamo visto, ricomprende tanto l’opera d’arte quale prodotto dell’artista, quanto i salvaguardanti, si sofferma a considerare l’aspetto della poesia rappresentato dalla salvaguardia dell’opera d’arte e arriva a conclusioni che ci paiono in verità poco vicine alle indicazioni date da Heidegger. L’autore, infatti, dopo aver messo in rilievo – in armonia col discorso heideggeriano – che l’arte è progetto, davanti al fenomeno della fruizione dell’opera d’arte nelle modalità a cui noi contemporanei occidentali siamo abituati, conclude: [a]nd in so doing we depart from the province of art, for the aesthetic is not the practical”, ciò che ci suona come il suggello di una sostanziale irrilevanza “pratica” dell’arte (Bossart, 1968, 65)[24].
e) Un’altra interpretazione che specificamente considera il “versante” della poesia che ha a che fare con la salvaguardia, fa scivolare la salvaguardia (Bewahren) in un concetto diverso, vale a dire quello dell’interpretazione, fino a far a coincidere quella con questa (Hermann 1962, 653-655; in senso assai simile Montani 1996, 52), sottolineando oltre a ciò l’aspetto creativo (e dunque “poetico”, o meglio, “poietico”) di questa attività. Nonostante l’apparentemente ingiustificata restrizione operata da questa lettura, in realtà essa offre spunti problematici anche riguardo al rapporto fra la salvaguardia così intesa (cioè come interpretazione, secondo Hermann, o come “dischiudimento di un orizzonte di interpretabilità”, secondo Montani) e quanto affermato da Heidegger ne Il detto di Anassimandro, dove, come abbiamo visto, si dice che “pensare è poetare” (cfr. supra, Nota introduttiva, par. 3).
f) Qualcun altro si limita invece a ribadire che l’arte dispiega l’essenza della poesia perché l’arte “reveals truth, because it enables ‘the truth of what is’ to emerge in a poetic manner” (Stulberg 1973, 264). La spiegazione data sembra un po’ tautologica, ma al fine di chiarire il tema che ci sta a cuore, possiamo leggere questa interpretazione nel senso che poetico è il rivelarsi della verità, o ciò che rivela la verità. Ci viene in mente a questo punto quanto già osservato da qualche studioso[25] per il quale poetico è ogni modo in cui si manifesta la verità: questi modi sono non soltanto l’opera d’arte, ma anche la fondazione di uno Stato, la vicinanza del più essente fra gli enti, il sacrificio essenziale, il pensiero che pensa l’essere. Si tratta in altre parole di capire se il darsi stesso della verità sia poetico o meno al fine di risolvere la questione che ci siamo prefissati, e cioè se l’arte esaurisca o meno l’essenza della poesia.

[...]


[1] L’origine dell’opera d’arte, d’ora in avanti citato come Heidegger OOA, raccoglie alcune conferenze tenute da Heidegger fra il 1935 e il 1936, insieme alla Conclusione, in parte posteriore, e all’ Aggiunta che invece è stata pubblicata per la prima volta nella edizione Reclam del 1961.

[2] Com’è noto, Heidegger distingue Dichtung e Poesie: il primo termine identifica “l’essenza della poesia” che si rinviene per es. nelle opere dell’arte e che costituisce il tratto originario dell’abitare dell’uomo sulla terra; mentre con il secondo Heidegger si riferisce alla poesia come genere artistico. P. Chiodi, il traduttore italiano che prendiamo come riferimento, ha preferito sottolineare la differenza fra i due termini distinguendoli per l’uso della maiuscola: “Poesia” per Dichtung e “poesia” per Poesie. Per evitare tuttavia confusioni, e al contempo al fine di uniformarci, unicamente per ragioni di comodità, alle traduzioni italiane più recenti e più diffuse di altre opere heideggeriane, preferiamo utilizzare il termine “poesia” per Dichtung oppure direttamente il termine tedesco, mentre riserveremo l’impiego di locuzioni quali “opere dell’arte poetica”, “poesia intesa come arte della parola”, oppure “poesia come genere letterario” per tradurre il termine Poesie, eventualmente aggiungendo la parola tedesca a scanso di equivoci.

[3] Abbiamo visto – benché per il momento soltanto in modo molto sintetico – che per Heidegger “[i]l linguaggio stesso è poesia in senso essenziale” (Heidegger OOA, 58; cfr. supra, nel testo, par. 1, in fine).

[4] In generale sono molti gli interpreti di Heidegger i quali ne hanno preso a bersaglio lo stile di scrittura in quanto secondo loro esso sarebbe volutamente oscuro e indulgerebbe in toni misticheggianti a scapito della chiarezza e della serietà di indagine: cfr. Löwith 1960, 6, 11-13, 46 (nt. 2 di p. 45), 83. In generale un’aspra critica del linguaggio heideggeriano è oggetto dello scritto di Adorno 1964. Negli stessi anni in cui Löwith e Adorno appuntavano le proprie critiche allo stile e al linguaggio heideggeriani, Günter Grass pubblicava Hundejahre (1963, tr. it. Anni di cani), un romanzo in cui viene scimmiottato lo stile espressivo del filosofo tedesco. Echi di queste critiche si ritrovano anche in altri autori: v. Borrello 1968, 272; Biemel 1972, (il saggio di Biemel è la traduzione, senza sostanziali modifiche, di Biemel 1969), a p. 68; Marx 1972, 253 e 255; Amoroso 1976, 1263. Vattimo 1976, alle pp. XII-XVI, offre una interpretazione del linguaggio adottato da Heidegger e in particolare parla di “un esercizio ‘stilistico’ del pensiero”, di un “gioco con e sul linguaggio”, gioco che va inteso “anche nel senso ludico, per cui si oppone alla categoria del serio” (ibid., pp. XII-XII).

Invece per Frank 1978, 400-402, la “logica di sviluppo paradossale” del pensiero heideggeriano è funzionale ad una nuova ricerca espressiva: “le violente lacerazioni del tessuto grammaticale, con i processi di ‘torsione semantica’ cui è sottoposta la sua parola, una parola sradicata dai contesti abituali, estraniata e introdotta, in virtù di associazioni apparentemente arbitrarie, all’interno di situazioni linguistiche del tutto anomale [… indicano] soprattutto quale ruolo gioca il paradosso, la contraddizione, nel processo di definizione di quella unità fittizia che chiamiamo ‘significato’, [indicano] quanta arbitrarietà si nasconde dietro la presunta oggettività delle strutture linguistiche” (ibid., 401-402). La critica allo stile del linguaggio heideggeriano viene in questo caso accolta ma trasformata giacché allo stile del filosofo tedesco viene attribuita comunque una valenza positiva. Per una valutazione più distaccata sui problemi del linguaggio adottato da Heidegger v. Steiner 1978, 14 ss. Più recentemente accuse di “oscurità nel linguaggio” vengono mosse da Bosio 1995, 302; Young 2001, 76-77.

[5] Per il momento non ci occupiamo qui di che cosa debba o possa intendersi per “salvaguardia dell’opera”, questione che rimandiamo più avanti, Capitolo II, par. 11.

[6] Heidegger dice espressamente: “[l]’essenza dell’arte è la poesia. Ma l’essenza della poesia è l’instaurazione [ Stiftung ] della verità. […] Ma l’instaurazione è reale solo nel salvaguardare. Pertanto ad ogni modalità dell’instaurare corrisponde una modalità del salvaguardare. Qui non è possibile che delineare a larghi tratti questa struttura dell’arte, e sempre relativamente ai risultati raggiunti nella determinazione dell’essenza dell’opera” (Heidegger OOA, 58, corsivo nostro). A tale proposito pare significativo quanto osservato da Jaeger 1958, 67, il quale commenta una frase dello stesso Heidegger: “[a]rt (which encompasses both the work of art and the artist), is the ‘creative preservation of truth in the work of art’ [la citazione tratta da L’origine dell’opera d’arte si trova a p. 61 della corrispondente traduzione italiana che abbiamo preso a riferimento]. In this formulation both the creator and the guardians of the work of art are comprised” (corsivo nostro).

[7] E’ lo stesso Heidegger che sembra legittimare questa interpretazione quando, per es. riflettendo sulla poesia di Hölderlin Andenken (tradotta in italiano con il titolo di Rammemorazione), dice: “[c]hi altri è capace di pensare all’essenza della poesia se non i poeti? Devono essere dunque dei poeti a indicare per primi il poetico stesso e a fondarlo come fondamento dell’abitare” (Andenken, in Heidegger 1936-1944, 95-180, a 109).

[8] Questo appena riportato è l’ultimo capoverso dell’ Aggiunta, pubblicata nel 1961, aL’origine dell’opera d’arte (Heidegger OOA, 69,corsivi nostri). L’ Aggiunta, che come abbiamo visto è posteriore di circa 25 anni alla prima stesura del saggio, mostra, a nostro avviso, come quello dell’essenza del linguaggio e della poesia costituisca un problema centrale nell’arco dello sviluppo se non di tutto, almeno di gran parte del pensiero heideggeriano.

[9] Sui nessi problematici del nostro tema con altri aspetti del pensiero heideggeriano, v. infra, spec. Cap. III.

[10] Biemel 1972, p. 77, si limita a queste poche righe sul tema.

[11] Oppure, potrebbe dirsi viceversa che il linguaggio tende a riassorbire in sé il tratto fondamentale dell’opera d’arte, cioè l’apertura di mondo. Ma comunque si perderebbe la distinzione fra linguaggio e opera d’arte. Una tesi molto vicina a quella discussa nel testo è quella di Kuhlmann 2010, 51, per la quale l’essenza della Dichtung si articola in tre momenti: linguaggio, mondo e storia.

[12] Allemann 1959, 140 (corsivi e rilievi nel testo). L’autore si riferisce espressamente al passo di Heidegger Anax, 306, che abbiamo già riportato nella Nota introduttiva (cfr. supra, par. 3). Vicina alla lettura di Allemann pare quella di Biemel 1972, 93. Un passo ulteriore nella medesima direzione sembra emergere nelle osservazioni di Kiesel 1972, 258-259: “[i]f scientists are thinkers in the Heideggerian sense, in their way they also dwell in close proximity to the poet. Scientists point to a certain poetic emotion that guides them in their discoveries, which ultimately evoke such criteria, or ‘measures’, for a scientific theory as simplicity, symmetry and elegance, criteria which are as much aesthetic as logical […].The scientific metric understood in this sense would then contribute directly to the poetic measures of man’s dwelling in a technological world”.

[13] Cfr. Jaeger 1971, p. 48. L'autore ripercorre il cammino del pensiero di Heidegger da Essere e tempo sino alle ultime pubblicazioni (compresa Zur Sache des Denkens, Tübingen, 1969, tradotta in italiano col titolo di Tempo ed essere, v. in bibliografia l’abbreviazione Heidegger TE) mettendo in luce l'attenzione sempre più viva da parte di Heidegger da un lato al linguaggio, dall'altro al dialogo fra poesia e filosofia.

[14] Com’è noto, Heidegger parla brevemente della Kehre nella Lettera sull’umanismo (Heidegger 1947, 52) dove dice: “[e]sperire in modo sufficiente e partecipare a questo pensiero diverso, che abbandona la soggettività, è reso peraltro più difficile dal fatto che con la pubblicazione di Sein und Zeit la terza sezione della prima parte, Zeit und Sein, non fu pubblicata […] Qui tutto si capovolge. La sezione in questione non fu pubblicata perché il pensiero non riusciva a dire in modo adeguato questa svolta (Kehre) e non ne veniva a capo con l’aiuto del linguaggio della metafisica”; e poi vi si dilunga in una conferenza inizialmente inserita in un ciclo di quattro relazioni tenute fra il 1949 e l’inizio del 1950 e poi pubblicata in un opuscolo (cfr. Heidegger 1962). Ampiamente sulla questione della Kehre v. Ferraris 1990, 37 ss.

[15] Già nel 1976, nella Introduzione a Heidegger SD, a p. VI, Vattimo aveva l’impressione che la polemica sulla “svolta” avesse perso molto del suo peso. Più recentemente, per una valutazione sintetica della questione della Kehre, v. Samonà 2002, 163 ss.

[16] Già intorno agli anni ’60 qualcuno preferiva ridimensionare la portata della “svolta”: cfr. Fürstenau, 1958, 167; Löwith 1960, passim e specialmente p. 49. Emblematiche, per il senso che ha assunto la “svolta” nel quadro della filosofia heideggeriana, suonano le parole di Galimberti 1986, 28: “[p]iù che un ‘capovolgimento’, la Kehre è uno ‘svolgimento’ della via, dove la questione dell’essere viene articolata nella questione della sua nominabilità e possibilità di esprimerla in un linguaggio non-metafisico”.

Sul tema della Kehre v. anche Versényi 1972, 95-96; Ott 1972, 191; Schrag 1972, 251; Ruggenini 1978, 15; Steiner 1978, 43 ss.; Vattimo 1980, 97 ss.; Curcio 1988, 265; Regina 1995, 309.

[17] V. per es. quanto osservato da Allemann 1959, 118: “[d]es concepts comme ceux d’existence, de tonalité affective, d’être-là, de monde[in poche parole : i concetti cardine su cui si fonda Essere e tempo ], détachés du contexte de la question de l’être, ne peuvent aucunement, bien que cela semble facile terminologiquement, fonder la poésie, au sens actuel [vale a dire, nel senso della riflessione condotta da Heidegger dopo la Kehre ] du mot chez Heidegger”; in senso analogo v. anche Marx 1972, 237 s.; più sfumata, benché nella stessa direzione, sembrano collocarsi le posizioni di Biemel 1972, 95; Bossart 1968, 59; Ardovino 2001, 159; Amoroso 2002, 200; Franchin 2008, 33. Questa tesi per la quale il senso della Kehre consisterebbe nel fatto che a un certo punto Heidegger si è rivolto alla poesia, si sarebbe diffusa anche in ambiti della riflessione estetica più vicini ai problemi di teoria letteraria che non alla speculazione prettamente “filosofica”: cfr. per es. F. José Martín 1994-95, 52, dove l’autore si domanda: “[p]erché Heidegger si orienta verso la ragion poetica e Ortega verso la ragion normativa?”, dando per scontato il fatto che se Ortega y Gassett si è rivolto al romanzo, Heidegger ha invece preferito il genere letterario della poesia.

[18] Sul § 34 di Essere e tempo v. più diffusamente infra, Cap. II.

[19] Ruggenini 1996, 133, sottolinea come il fecondo accostamento a Hölderlin abbia condotto Heidegger ad affermazioni (quali per es.: “[n]ur wo ist Sprache, da ist Welt”), che invece non solo non si trovano, ma che neppure potrebbero trovarsi in Essere e tempo (peraltro Ruggenini a p. 140 dello stesso scritto svolge talune riflessioni le quali sembrano implicare l’idea di una cesura meno netta fra Essere e tempo e gli sviluppi successivi del pensiero heideggeriano).

Una tesi simile a quella di Ruggenini è sostenuta da Amoroso 2002, 199-200, il quale relativamente al § 34 di Essere e tempo osserva: “è ben vero che un’analisi attenta di queste parole può mostrare il loro nesso con temi fondamentali di Essere e tempo […] e trovare in esse anche un primo germe degli sviluppi successivi, così come un esame accurato di questo paragrafo sul linguaggio può rivelarne una centralità a tutta prima insospettata, che già prelude all’importanza del tema nelle opere successive. Ma queste letture sono possibili, in realtà, solo col senno di poi, cioè sapendo quanto poesia e linguaggio abbiano impegnato Heidegger dopo Essere e tempo”.

[20] Un’impostazione del genere per es. ci pare quella che in tempi recenti sorregge il lavoro di Marafioti 2008.

[21] In tal senso v. Hyland 1971, 184: “[l]anguage is essentially poetry. This means nothing less that that all human speech is essentially an act of creation”; Vattimo 1980, 118-119, spec. 119: “[c]reare, inventare, escogitare è uno dei significati del verbo tedesco dichten, da cui viene anche Dichtung […]. Dichtung è dunque anzitutto creazione, istituzione del nuovo”; Galimberti 1986, 112: “[i]n quanto l’opera d’arte dischiude un’apertura, l’opera d’arte deve essere creata, inventata (gedichtet), in questo senso è poesia (Dichtung). Ciò non significa che le varie forme dell’arte debbano sottostare alla forma della poesia nel suo senso ristretto (Poesie), ma che arte e poesia sono tali se sono ‘poetiche’, solo se pro-ducono (poiéw), se conducono davanti, se creano e inventano (dichten) nuovi mondi che affondano nell’unica terra di cui sono eventi, doni”; Montani 1996, 77: “’[p]oeticamente abita l’uomo...’, si è detto: cioè in modo originariamente creativo, in modo che il suo sentire sia tale da riaprire infinitamente il circolo dell’esperienza”; Amoroso 2002, 210; Desmond 2003, 250. In questo gruppo può farsi rientrare anche Hermann 1962, 648-658, il quale sembra far implicitamente scivolare il concetto di Dichtung in quello di Produktivität (p. 653).

[22] Fabro 1952, 353. Abbiamo già visto che Heidegger rifiuta espressamente di riconoscere alla funzione comunicativa di costituire il tratto fondamentale del linguaggio (cfr. supra, Nota introduttiva, par. 1): e infatti Fabro corregge subito dopo la propria affermazione aggiungendo (ma come se fosse invece una conseguenza della frase precedente): “[i]l linguaggio infatti non si riduce, come di solito è inteso, unicamente alla comunicazione scritta o parlata, ma consiste essenzialmente nel manifestare l’essere dell’ente”.

[23] Ma effettivamente questa è una conclusione nostra, e non dell’autore del saggio che invece chiude il suo lavoro affermando che per Heidegger la poesia è una risposta interpretante all’appello silente in cui il linguaggio dice la propria origine (Harries 1991,87). Ma qui abbiamo l’impressione che venga forse confusa l’essenza della poesia (Dichtung) con il genere letterario della poesia (Poesie).

[24] Bossart 1968, 65 “[a]rt, however, is – as Heidegger correctly points out – essentially a project. It demands the active cooperation and conservation on the part of the viewer of the artistic tradition in which the work stands […]. On the contrary, if every act of appropriation took place within the context of our daily lives, aesthetic experience would be limited by the scope of our commitments in real life. Our experience of art, however, testifies a different state of affairs. When we pass through the galleries of a museum, we are continuously called upon to adjust to different artistic traditions if we are to comprehend and enjoy he works we encounter. Yet for most part, we make these adjustment without difficulty and without measuring the world of the work against the world of daily life. These adjustments are not made within the context of daily life but within the willing suspension of disbelief which constitutes the sphere of art […]. Hence it is because of its independence from life that a work of art can disclose new possible ways of existing to us. But when we commit ourselves to live according to one or more of these possibilities, we put to use in life what we have learned from art. And in so doing we depart from the province of art, for the aesthetic is not the practical”.In particolare quest’ultima interpretazione stride con quanto Heidegger insegnava nel corso del 1937-37,dedicato incentrato sulle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo di Schiller, nel quale Heidegger ha avuto modo di far osservare ai propri studenti: “l’arte è soltanto transito, soltanto mediazione, il rendere possibile l’agire autentico nel senso della verità-di-ragione e dell’eticità” (Heidegger 1936-37, 135, corsivo nel testo). Questo risvolto etico della poesia, in particolare con riferimento alla possibilità dell’instaurazione dell’altro inizio, può leggersi recentemente in Forcellino 2009, 72.

[25] Cfr. le riflessioni da Allemann 1959 riportate supra, questo Capitolo, par. 7, nel testo.

Details

Seiten
148
Jahr
2010
ISBN (eBook)
9783640685240
ISBN (Buch)
9783640685523
Dateigröße
865 KB
Sprache
Italienisch
Katalognummer
v155995
Note
Schlagworte
Dichtung Heidegger

Autor

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Titel: Dichtung e arte