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Di Acque e di Mostri. Due Saggi su Morte e Diversità nella Narrativa Occidentale Moderna

Studienarbeit 2015 64 Seiten

Literaturwissenschaft - Moderne Literatur

Leseprobe

Indice

Bambini in acque profonde: il motivo dell’annegamento dei fanciulli in alcuni testi narrativi occidentali d’epoca contemporanea ... 3

1. Una premessa militaresca:il caso di Erno Nemecsek ... 3

2. Una donna tra i fanciulli ... 10

3. Il dialettico annegamento di Ombretta ... 13

4. Di incomprensioni vere e d’annegamenti parodici ... 17

6. L’adulterio magico e il duplice figlio ... 23

7. I pentimenti del pacifista e le lacrime dei giornali (ossia d’annegamenti controversi) ... 27

8. Un borgataro tra Masters e la Valsolda ... 31

9. E in finale approdo… ... 33

Il mostro e la folla. Qualche esempio di deformità e falsa accettazione nella cultura europea tra ‘800 e 900 ... 35

1. Premesse e comparazioni ... 35

2. Il fakiro multiforme e la bella addormentata ... 42

3. L’elefantiasi degli autori moderni (e post…) ... 48

4. Un rituale di fine e una violazione d’inizio ... 60

Bambini in acque profonde: il motivo dell’annegamento dei fanciulli in alcuni testi narrativi occidentali d’epoca contemporanea

1. Una premessa militaresca:il caso di Erno Nemecsek

Quando decisi, qualche anno addietro, di affrontare la problematica della morte per annegamento di fanciulli nei romanzi ottocenteschi e novecenteschi, sapevo che la questione si sarebbe rivelata complessa, e non solo per motivi esegetici[1]. Mi era venuta tra le mani una splendida lirica di James Dickey intitolata “The Lifeguard”, nella quale la profonda icasticità dei segmenti verbali lasciava spazio ad un cantico di dolore al contempo misterioso e inesorabile[2]:

In a stable of boats I lie still,/ From all sleeping children hidden./ The leap of a fish from its shadow/ Makes the whole lake instantly tremble./ With my foot on the water, I feel / The moon outside// Take on the utmost of its power./ I rise and go out through the boats./ I set my broad sole upon silver,/ On the skin of the sky, on the moonlight,/ Stepping outward from earth onto water/ In quest of the miracle// This village of children believed/ That I could perform as I dived/ For one who had sunk from my sight./ I saw his cropped haircut go under./ I leapt, and my steep body flashed/ Once, in the sun.// Dark drew all the light from my eyes./ Like a man who explores his death/ By the pull of his slow-moving shoulders,/ I hung head down in the cold,/ Wide-eyed, contained, and alone/ Among the weeds,// And my fingertips turned into stone/ From clutching immovable blackness./ Time after time I leapt upward/ Exploding in breath, and fell back/ From the change in the children’s faces/ At my defeat.// Beneath them I swam to the boathouse/ With only my life in my arms/ To wait for the lake to shine back/ At the risen moon with such power/ That my steps on the light of the ripples/ Might be sustained.// Beneath me is nothing but brightness/ Like the ghost of a snowfield in summer./ As I move toward the center of the lake,/ Which is also the center of the moon,/ I am thinking of how I may be/ The savior of one// Who has already died in my care./ The dark trees fade from around me./ The moon’s dust hovers together./ I call softly out, and the child’s/ Voice answers through blinding water./ Patiently, slowly,// He rises, dilating to break/ The surface of stone with his forehead./ He is one I do not remember/ Having ever seen in his life./ The ground I stand on is trembling/ Upon his smile.// I wash the black mud from my hands.// On a light given off by the grave/ I kneel in the quick of the moon/ At the heart of a distant forest/ And hold in my arms a child/ Of water, water, water.

Il componimento del Dickey riguardava proprio l’evento tragico che tanto m’affascinava, ma avevo anche deciso di non farmi condizionare dalla poesia e che le profonde emozioni che soltanto la narrativa popolare può comunicare avrebbero avuto, in un certo qual modo, la funzione di avvocato del diavolo. Perché un conto è costruire un impianto diegetico che analizzi occorrenze linguistiche e/o contenutistiche, un conto è – invece – avere a che dire con la morte dei fanciulli, sia pure mediata dal tessuto narrativo. Bisogna subito dire che, se mi fossi occupato della questione in senso generale, sarei giunto buon ultimo. Da Dieter Richter, che ricostruisce il passaggio dalle storie rappresentate negli ex-voto a quelle degli esempi morali (dove vien spiegato cosa succede ai bambini che mangiano troppo o a quelli che si avvicinano troppo all’acqua)[3] a Philippe Aries, che offre uno spaccato del valore pedagogico e parenetico della morte dei fanciulli negli ottocenteschi libri “in memoriam” [4] (senza dimenticare altri e meno famosi interpreti), il dato più generale era stato già affrontato. Ma non era questo l’obiettivo della mia indagine. Non poteva esserlo, per ovvi motivi metododologici e di “trouvaille” (benché le ovvie generalizzazioni della Tuchman avrebbero portato a crederlo[5]), e infatti non lo sarebbe stato. Una volta, al tempo in cui i miei lavori erano di là da venire, mi imbattei in un paio di articoli scritti dal Campetella sugli epigrammi funerari dell’Anthologia Graeca relativi ai morti in mare[6]. Leggendoli, mi sovvenne che moltissime erano le situazioni – nei romanzi ottocenteschi e novecenteschi – in cui a morire annegato era un fanciullo (almeno nella letteratura europea, anche se Kenji Miyazawa e la suaNotte sul treno della Via Lattea ci ricordano che anche altrove tale motivo ha avuto una qualche fortuna [7]). Collocai nel dimenticatoio tale consapevolezza, fino a quando, “stabat nuda aestas”, non mi capitò di avere tra le mani I ragazzi della via Pál, di Ferenc Molnár. Bene, il testo di Molnár si presta a molte suggestioni, e invita ad imboccare molteplici sentieri critici, forse non sempre banali. Strutturato come un romanzo di guerra (tra la memorialistica stile De bello Gallico e la prosa impressionista alla stregua di The Red Badge of Courage) e venato di sottile e disincantata ironia, sembra quasi una sorta di prematuro epitaffio posto sull’ideologia guerresca che fu alla base del primo conflitto mondiale, sicché – se si sostituissero ai piccoli soldatini di Budapest dei fanti dotati di pugnale e “machine pistole” – si potrebbe pensare di trovarsi nelle trincee del Carso, o sul passo di Jabloniça (nei cimiteri dei quali, peraltro, ragazzi come quelli di via Pál o come i loro avversari delle Camice rosse avrebbero ben presto trovato posto). In questo particolare contesto, assume rilievo la figura immortale di Erno Nemecsek. Su di lui non è necessario tornare: eroico e testardo, nonché esempio (per dirla utilizzando terminologie care ai diplomi assegnati alle medaglie d’oro alla memoria) di abnegazione e sprezzo del pericolo, egli si pone come esempio pedagogico nei confronti di un pubblico primonovecentesco che doveva essere educato alla passione bellica e al nazionalismo estremo. Non ho idea se un Nemecsek, non finto e morto ma vero e cresciuto, avrebbe finito con l’aderire al famigerato corpo delle “Nyilaskeresztet Párt” (o “Croci Frecciate” che dir si voglia); probabilmente no, viste le origini ebraiche del suo autore. Certo è che egli è fedele alla causa costi quel che costi. A differenza del traditore Gereb (poi riabilitatosi con un atto di coraggio), Nemecsek sopporta umiliazioni di tutti i tipi, ma non crolla mai la testa senza avere l’intrepida consapevolezza del proprio dovere (“[il] piccolo e biondo Nemecsek […] obbediva a tutti: era uno dei pochi ragazzi che trovano piacere nell’ubbidienza. La maggioranza preferisce comandare: è logico. Appunto per questo, nell’armata di via Pál tutti avevano un grado; tutti meno Nemecsek […]”), lasciandosi andare ad atti (come quello di coprire il tradimento dello stesso Gereb agli occhi del padre) che ne segnano il destino martiriale storico. La parola storico non generi sorrisi. Ricordo una scena del romanzo in cui il piccolo Erno, in preda al delirio, ripercorre in senso ordinativo e militaresco le tappe della battaglia appena svolta[8]:

– La tromba suona... Il campo è oscurato d una nube di polvere. Avanti! Avanti!... – Scusi signore... – disse il sarto chiudendo porta – Ho fatto più presto che ho potuto. Ora possiamo provarlo, ma di là c’è il mio ragazzo, è a letto ammalato, molto ammalato. – Avanti! Avanti! – gridava ancora il ragazzo ma con voce ormai roca. – Seguitemi! All’attacco! Non vedete che ci sono le Camicie Rosse?! Feri Ats è in testa, armato della sua lancia a punta argentata. Mi vuol buttare in acqua. Il signor Csetneky stette un po’in ascolto, poi domandò: – Cosa c’è? – È lui che grida, poverino. – Ma dal momento che è ammalato, perché grida così? Il poveruomo alzò le spalle e scosse il capo: – È il delirio che lo fa gridare. Ormai è alla fine, povero il mio ragazzo. Passò nella stanza a prendere il vestito e il filo bianco per l’imbastitura e la sua voce arrivò più forte in cucina: – Silenzio in trincea! Attenzione! Stanno arrivando. Eccoli! suonate la tromba! Si portò le mani davanti alla bocca: – Taratatà! Taratatà! Janos, cosa fai lì? Suona Boka, suona anche tu!

Si legga, a contraltare, questo passo tratto dal testo biografico di Freeman sui condottieri confederati della Guerra Civile Americana e riferito alla morte di “Stonewall” Jackson[9]:

[…] La casa era isolata in una quieta zona prativa poco lontana dalla stra­da ferrata; attorno, solo lo stormir degli alberi e, sopra, il limpido cielo della Virginia. Là il generale fu coricato, in una cameretta esposta a po­nente. Tutto pareva svolgersi per il meglio quando, il 7 maggio, le con­dizioni del ferito si aggravarono repentinamente per lo scatenarsi di una polmonite postoperatoria. Per tre giorni egli lottò contro il male inesorabile. Scosso dal delirio, si rivedeva sui campi di battaglia, tra i suoi generali: “Ordinate ad A. P. Hill di prepararsi per l’azione... Fate affluire la fanteria verso il fron­te!”. Forse riviveva tutta la sua breve, luminosa carriera: due anni pri­ma, in quei giorni, era ad Harper’s Ferry; e, l’anno precedente, in batta­glia contro il generale Milroy a McDowell... Poi, segui la coscienza della morte, l’abbandono nelle mani di quella Provvidenza divina in cui ave­va sempre avuto tanta fede e cui ora si affidava con la semplicità di un bimbo. Erano da poco passate le 15 del 10 maggio 1863. Tutto era pace nella piccola casa sperduta tra il verde della primavera virginiana. Le labbra del moribondo lasciarono ancora filtrare poche parole sussurrate: “Pas­siamo il fiume..., e riposiamoci all’ombra degli alberi!” Un lungo fre­mito lo scosse. Poi su di lui scese la calma dell’eternità: “Stonewall” Jackson aveva varcato il fiume misterioso oltre il quale non giungono gli echi delle battaglie degli uomini […].

Come si può vedere, e stiamo parlando di un testo scritto negli anni ‘60 del secolo XX, il quale riproduce – con una certa fedeltà ma non in modo letterale – un modello ben più complesso del 1942[10], la struttura semantica appare sorprendentemente simile. Non so se Luraghi, che scrisse questa pagina, tenesse presente il testo di Molnár; certamente la punizione di Nemecsek trova qualche consonanza con ciò che può esser letto in qualche altro testo d’avventure[11]:

[…] Egli era raffreddato e tossiva da più giorni. Sua madre gli aveva perfino proibito di uscire di casa nel timore che si ammalasse, ma il biondino non sopportava di restare inattivo proprio ora che il campo era in pericolo. Alle tre aveva eluso la sorveglianza della madre, era uscito e dopo mezz’ora era già appollaiato sull’albero. Non disse nulla. Doveva forse dire che era raffreddato e che era una crudeltà gettarlo in acqua con la temperatura così bassa? Si sarebbero certamente beffati di lui e Gereb più di tutti, quel Gereb che stava ora sghignazzandogli contro a bocca così aperta che gli si potevano contare tutti i denti. Si lasciò dunque condurre sulla riva dello stagno tra i fischi e gli scherni di tutta la banda e gettare nell’acqua. Erano dei ragazzi ben crudeli i Pasztor! Uno gli teneva le mani, l’altro gli immergeva la testa nell’acqua... Quando lo videro nell’acqua fino al collo la gioia delle Camicie Rosse raggiunse il culmine. Eseguirono una danza di guerra e lanciarono in aria i berretti gridando: – Oh opp! Oh opp! Poi di nuovo scoppiarono a ridere. Nemecsek dal suo bagno improvvisato levava su di loro uno sguardo triste. Pareva una piccola rana spaventata. Proprio davanti a lui, sulla riva, Gereb a gambe aperte si sbellicava dalle risa. Finalmente, come Dio volle, i Pasztor si decisero a lasciarlo libero ed egli poté risalire sull’argine. Dalle maniche della giacca e dai calzoni sgocciolavano acqua e melma. Quando si scosse come un cagnolino bagnato, tutti si tirarono indietro e frasi di scherno rifiorirono su tutte le bocche: – Guardate un po’ questo ranocchio! – Hai bevuto abbastanza, dì?! – Avresti almeno potuto mostrarci come sai nuotare! Nemecsek non disse nulla. Ebbe un sorriso amaro e si strizzò come poté i vestiti fradici. Gereb però non era ancora soddisfatto dello spettacolo. Avrebbe voluto renderlo lui più attraente. Pensava di acquistare prestigio mostrandosi crudele... Si piantò davanti a Nemecsek con un sorriso beffardo sulle labbra e gli chiese ironicamente: – Buona l’acqua? – È meglio del nemico – gli rispose il soldatino della via Pál, fissandolo bene in viso. – In ogni caso è meglio che restare a sghignazzare sulla riva. Preferirei rimanere nello stagno fino all’anno venturo piuttosto che allearmi con i miei nemici! Io ho fatto un bagno, e allora? Già sere fa ero caduto nell’acqua; ti avevo già visto, Gereb, nell’isola con i nemici. Portatore di moccoli! Voi avreste ben potuto continuare, lusingarmi con promesse e regali: io non sarei mai venuto dalla vostra parte. E quand’anche mi gettaste ancora una volta, ancora cento, nello stagno, ritornerei qui domani, dopodomani, tutti i giorni. Voi non mi prendereste mai perché sarei così cauto che ve la farei in tutti i modi sotto il vostro naso. Nessuno di voi mi fa paura: se verrete da noi sul campo, mi troverete là. Potete venire quando volete: non sarete più in dieci contro uno e sapremo rispondervi a tono. Con me voi avete giocato, è stato un gioco buttarmi nell’acqua. Bella forza! Ci vuole del fegato per due grossi gorilla come i Pasztor portar via le biglie a un ragazzino come me! Volete continuare il divertimento? Volete picchiarmi? Se avessi voluto non avrei fatto questo bagno, ma ho preferito non passare dalla vostra parte. Strangolatemi anche, se volete, ma io non sarò mai un rinnegato come quello... Con una mano indicò Gereb che non rideva più ora. La Pállida luce della lanterna rischiarava la bella testa bionda di Nemecsek e i suoi vestiti bagnati. Coraggioso, fiero, il cuore puro, fissava Gereb dritto negli occhi e sfidava i suoi nemici. Sotto il peso di quello sguardo il traditore aveva perso la sua sicurezza e aveva chinato il capo. Si fece un silenzio profondo: pareva di essere in chiesa. Si sentivano le gocce d’acqua cadere a terra dal vestito inzuppato. Fu ancora Nemecsek che ruppe il silenzio: – Posso andarmene? – Domandò. E siccome nessuno gli rispondeva, ripetè la domanda: – Posso andarmene? Non volete ammazzarmi per caso? Siccome anche questa volta non ricevette risposta, si diresse con calma verso la passerella. Nessuno si mosse. Le Camicie Rosse sentivano che quel ragazzino biondo era un valoroso, un esempio per tutti loro, un futuro vero uomo degno di stima. Le due sentinelle sul ponte, che avevano assistito a tutta la scena, lo guardarono a bocca aperta senza osare fermarlo. Nel momento che Nemecsek passava davanti a loro, la voce imperiosa di Feri Ats gridò: – Presentat’arm! Le due sentinelle scattarono sull’attenti ed alzarono le loro lance dalla punta argentata. Anche tutte le Camicie Rosse eseguirono l’ordine ed alzarono le lance. Le armi brillarono nel chiarore lunare in un silenzio profondo. Si udivano solamente i passi di Nemecsek sul ponte, mentre si allontanava e il cic–ciak delle sue scarpe intrise d’acqua... Poi più nulla […].

Guardiamo, in senso puramente comparativo, quest’occorrenza salgariana, ripresa da I misteri della Jungla nera [12]:

[…] Un empio, – proseguì Suyodhana, – ha profanato la pagoda della nostra dea. Cosa merita quest’ uomo? La morte, – risposero gl’indiani. Un empio ardì parlare d’amore alla vergine della pagoda. Cosa merita quest’uomo? – La morte, – risposero gl’indiani. – Tremal-Naik! – gridò Suyodhana con un terribile accento. – Mostrati! – Uno scroscio di risa gli rispose, poi il cacciatore di serpenti, che tutto ave­va udito, apparve, slanciandosi con un solo salto dinanzi alla mostruosa di­vinità. Non era più lo stesso uomo; pareva una vera tigre sbucata dalla jungla . Un feroce sorriso sfiorava le sue labbra, la sua faccia era truce, alterata da una collera furiosa e gli occhi mandavano sinistri baleni. Il selvaggio figlio della jungla si risvegliava, pronto a ruggire ed a mor­dere. –Ah! Ah! – esclamò egli ridendo. — Siete voi che volete uccidere Tremal-Naik? Si vede che non conoscete ancora il cacciatore di serpenti. Guardate, assassini, quanto vi disprezzo. – Alzò in aria le due pistole e le scaricò, gettando lontano da sé le armi. Sca­ricò dipoi la carabina e l’impugnò per la canna per servirsene come d’una mazza. Ora, – diss’eglì, – chi si sente tanto ardito da assalire Tremal-Naik, si faccia innanzi. Mi batto per la donna, che voi, o maledetti, condannaste! – Fece un salto indietro e si mise sulla difensiva, emettendo il suo urlo di guerra. – Avanti! avanti! – tuonò. – Mi batto per la vergine della pagoda. – Un indiano, senza dubbio il più fanatico, gli si avventò contro, facendo fi­schiare in aria il laccio. Sia che avesse preso troppo slancio o che scivolas­se, egli venne a cadere quasi ai piedi di Tremal-Naik. La terribile mazza s’alzò e discese con rapidità fulminea percotendo il cra­nio dell’indiano. La morte fu istantanea. Avanti ! avanti ! – ripetè Tremal-Naik. – Mi batto per la mia Ada! – I ventitré indiani si scagliarono come un sol uomo sul cacciatore di ser­penti, che roteava come un demente la carabina. Un altro indiano cadde, ma la carabina non resse a quel secondo colpo e si spezzò nelle mani di colui che l’adoperava. – A morte! a morte! – vociarono gli indiani, spumanti d’ira. Un laccio piombò su Tremal-Naik stringendogli il collo, ma egli lo strappò di mano allo strangolatore, poi impugnò il coltello e si avventò contro la statua di bronzo salendole sulla testa. Largo! largo! — gridò egli, girando intorno sguardi feroci. Si raccolse su se stesso come una tigre e saltando sopra le teste degli in­diani cercò dirigersi verso la porta, ma gli mancò il tempo. Due corde gli strinsero le braccia, percuotendolo dolorosamente colle Pálle di piombo e lo atterrarono. Egli gettò un urlo terribile. Gli indiani in un baleno gli furono sopra come una torma di cani attorno al cinghiale, e malgrado la sua forte resistenza venne solidamente legato e ridotto all’impotenza. – Aiuto! aiuto! – rantolò egli. – A morte! a morte! – gridarono gli indiani. Con uno sforzo erculeo spezzò due corde, ma fu tutto quello che potè fare. Nuovi lacci lo strinsero, e così fortemente, che le carni divennero nere. Suyodhana, che aveva assistito impassibile a quella disperata lotta di un uomo solo contro ventidue, gli si avvicinò e lo contemplò per alcuni istanti con gioia satanica. Tremal-Naik nulla potendo fare, gli sputò contro. Empio! – esclamò il figlio delle sacre acque del Gange. Afferrò con mano solida il suo pugnale e l’alzò sul prigioniero che lo guar­dava sdegnosamente. Figli miei, – disse l’indiano, – qual pena merita quest’uomo? La morte! – risposero gli indiani. – E la morte sia. – Tremal-Naik emise un ultimo grido. – Ada! Povera Ada! – La lama del vendicatore che penetra vagli nel petto, gli spense la voce. Sbarrò gli occhi, li chiuse, uno spasimo violento agitò le sue membra e si irrigidì. Un rivo di sangue caldo scorreva per le sue vesti, disperdendosi per le pietre. Kàlì! – disse Suyodhana, volgendosi verso la statua di bronzo. – Scrivi sul tuo nero libro, il nome di questa nuova vittima. – Ad un cenno due indiani sollevarono l’infelice Tremal-Naik. Gettatelo nella jungla a pasto delle tigri, – concluse il terribile uomo. – Così periscono gli empi!...

La dinamica, in Salgari, appare molto più cinematografica, ma possono essere tracciati dei paralleli non del tutto irrilevanti:

[Figures and tables are omitted from this preview.]

Se in Molnár il ragazzo è gettato in acqua dai Pazstor, qui Tremal-Naik è scaraventato nella jungla, ma la dinamica testuale appare certamente la stessa e identifica un dato certo: l’eroe di questi romanzi per ragazzi è un solitario, che lotta solo contro tutti per affermare una propria coscienza morale. Egli non combatte contro dei nemici, ma, parafrasando un Bernardo di Clairvaux propagandista delle Crociate, per commettere sacrosanti “malicidii” che spezzino la tirannia del peccato nella vita degli uomini giusti. Ecco perché Nemecsek muore: egli è un guerriero in lotta per una fede, velleitaria e ridicola quanto si voglia, ma rispettabilissima, almeno nei suoi fini ultimi.

2. Una donna tra i fanciulli

A questo punto, mi vien voglia di fare una prima, solitaria eccezione esemplificativa (oltre ai fanciulli, l’altro essere indifeso è certamente la donna) e mi riferisco a The Mill on the Floss di George Eliot. La trama è nota: le traversie della famiglia Tulliver per la conservazione del mulino avito, poi terminate in un complete fallimento, condite – se così si può dire – dallo strano rapporto di sottomissione che lega Maggie, la debole sorella minore, al maggiore Tom (quest’ultimo autoritario e severo dal punto di vista etico). Al di là di ogni riferimento parentale (e le sorelle Bennet di Pride and Prejudice vengono in mente subito, come pure le loro conlimitanee Dashwood di Sense and Sensibility), la parte interessante si trova nel finale, dove una malinconica atmosfera di ricordanze leopardiane fa da sfondo ad una fine che appare, in base al tono utilizzato dalla scrittrice, del tutto inevitabile[13]:

[…] The whole thing had been so rapid, so dreamlike, that the threads of ordinary association were broken; she sank down on the seat clutching the oar mechanically, and for a long while had no distinct conception of her position. The first thing that waked her to fuller consciousness was the cessation of the rain, and a perception that the darkness was divided by the faintest light, which parted the overhanging gloom from the immeasurable watery level below. She was driven out upon the flood,--that awful visitation of God which her father used to talk of; which had made the nightmare of her childish dreams. And with that thought there rushed in the vision of the old home, and Tom, and her mother,--they had all listened together. […] Her whole soul was strained now on that thought; and she saw the long-loved faces looking for help into the darkness, and finding none. She was floating in smooth water now,--perhaps far on the overflooded fields. There was no sense of present danger to check the outgoing of her mind to the old home; and she strained her eyes against the curtain of gloom that she might seize the first sight of her whereabout,--that she might catch some faint suggestion of the spot toward which all her anxieties tended. Oh, how welcome, the widening of that dismal watery level, the gradual uplifting of the cloudy firmament, the slowly defining blackness of objects above the glassy dark! Yes, she must be out on the fields; those were the tops of hedgerow trees. Which way did the river lie? Looking behind her, she saw the lines of black trees; looking before her, there were none; then the river lay before her. She seized an oar and began to paddle the boat forward with the energy of wakening hope; the dawning seemed to advance more swiftly, now she was in action; and she could soon see the poor dumb beasts crowding piteously on a mound where they had taken refuge. Onward she paddled and rowed by turns in the growing twilight; her wet clothes clung round her, and her streaming hair was dashed about by the wind, but she was hardly conscious of any bodily sensations,--except a sensation of strength, inspired by mighty emotion. Along with the sense of danger and possible rescue for those long-remembered beings at the old home, there was an undefined sense of reconcilement with her brother; what quarrel, what harshness, what unbelief in each other can subsist in the presence of a great calamity, when all the artificial vesture of our life is gone, and we are all one with each other in primitive mortal needs? Vaguely Maggie felt this, in the strong resurgent love toward her brother that swept away all the later impressions of hard, cruel offence and misunderstanding, and left only the deep, underlying, unshakable memories of early union […].

Il tono sentenzioso e filosofico – quasi aforismatico – adoperato dalla Eliot ha ovviamente qualcosa di didattico, come accadeva per i libri “in memoriam” che ho citato in precedenza. E tuttavia esso trova la sua completezza nello sfondo affettivo ed amicale che lo nutre, come se la scrittrice volesse farci comprendere che, al di là dei legami più o meno stabili intrapresi al di fuori del proprio nido, la sola ed unica certezza a cui un individuo può fare riferimento è la famiglia. Se essa viene meno, tutto decade, tutto muore. Ed è appunto un epilogo di morte, una sorta d’annegamento di speranze quello che si verifica nel finale del romanzo[14]:

[…] For the first time Maggie’s heart began to beat in an agony of dread. She sat helpless, dimly conscious that she was being floated along, more intensely conscious of the anticipated clash. […] Nothing else was said; a new danger was being carried toward them by the river. Some wooden machinery had just given way on one of the wharves, and huge fragments were being floated along. The sun was rising now, and the wide area of watery desolation was spread out in dreadful clearness around them; in dreadful clearness floated onwardthe hurrying, threatening masses. A large company in a boat that was working its way along under the Tofton houses observed their danger, and shouted, “Get out of the current!” But that could not be done at once; and Tom, looking before him, saw death rushing on them. Huge fragments, clinging together in fatal fellowship, made one wide mass across the stream. “It is coming, Maggie!” Tom said, in a deep, hoarse voice, loosing the oars, and clasping her. The next instant the boat was no longer seen upon the water, and the huge mass was hurrying on in hideous triumph. But soon the keel of the boat reappeared, a black speck on the golden water. The boat reappeared, but brother and sister had gone down in an embrace never to be parted; living through again in one supreme moment the days when they had clasped their little hands in love, and roamed the daisied fields together.

Le struggenti parole dell’explicit, commosse e piene di “pathos”, sono tipicamente legate all’atmosfera parenetica e formativa di cui s’è già parlato, e dunque non vale la pena discuterne. Vorrei però segnalare che il rapporto simbiontico tra fratello e sorella viene, anche qui, visto in una luce martiriale di sacrificio che appare abbastanza aliena rispetto ad un ambiente come quello protestante, dove l’accettazione di tali atti (e delle casistiche ad essi connesse) era abbastanza rara. Scrive Anna Luisa Zazo[15], a tale proposito, che

[u]n personaggio come Maggie Tulliver non ha altro sbocco che la morte.

Non sono tuttavia le acque del fiume in piena a ucciderla; ma le anguste norme della società in cui vive. Quando la corrente della Floss trascina contro gli alberi divelti dalla piena e affonda la barca in cui la ragazza era riuscita a trarre in salvo il fratello, Maggie […] è già morta poiché l implacabile rettitudine di quanti la circondano le ha tolto di volta in volta ogni possibilità di amare. Maggie è una donna in una società di uomini, e la sua autenticità femminile, il suo rifiuto – o piuttosto la sua incapacità – di piegarsi a leggi e convenzioni maschili che le appaiono innaturali, in quella società le rendono impossibile vivere. L’unico trionfo che l’autrice le conceda è di comunicare al fratello, un istante prima che la barca affondi unendo entrambi nella morte, un bagliore dell inconsapevole grandezza della sua anima […].

Il trionfo simbolico di cui parla la Zazo, a mio parere, non è altro che la naturale e veristica tendenza a stringersi a qualcuno che ci sia vicino (meglio se persona a noi vincolata dal sangue) nel momento del massimo pericolo. È un dato psicologico assai semplice, che appunto si inserisce all’interno di un carattere genuino e puro come quello di Maggie; esso – per una volta – non può essere portato ad esempio se non del rinascere (alla fine della vita) di un nodo familiare in precedenza misconosciuto o, come in questo caso, inconsciamente accettato “obtorto collo”. Questo è un dato noto: il valore legante della morte come evento che rende capaci di superare i contrasti e le divergenze (almeno in molti casi e sovente con una durata cronologica limitata) assume qui il significato d’un evento definitivo, quasi che – ci si passi la citazione – l’abbraccio finale tra i due personaggi eliotiani li configurasse come due novelli Paolo e Francesca[16]. Amore dunque, e non riaffermazione della propria individualità, ché l’indizio appare troppo debole per dar corso a un ipotesi del genere. Una morte per annegamento, si noti, comunque non auto-provocata, come invece sarebbe accaduto (proprio nel corso del secolo XIX) a molte donne incapaci di difendersi dal male che le circondava [17].

3. Il dialettico annegamento di Ombretta

Ma non divaghiamo più. Sono le morti degli adolescenti ad interessare l’ambito più specifico di questo saggio e d’ora in poi cercherò di attenermi ad esso. Celeberrima, nel campo letterario italiano, è l’occorrenza fogazzariana della piccola Ombretta, in Piccolo Mondo Antico. Siamo di fronte ad un autore profondamente religioso, in cui il gusto per la parenesi (sotto forma, beninteso, di catechismo laico) non può non essere slegato da una fede manzoniana in un aldilà dove gli errori e i peccati vengono risolti dall’incommensurabile Provvidenza divina. E del resto Manzoni, da buon capostipite, aveva cesellato l’immortale scena della morte di Cecilia, tanto accorata quanto indice di di quella “patientia christiana” di cui tutti i fedeli – alla maniera del biblico Giobbe – dovrebbero essere dotati[18]:

[…] Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete –. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così. Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola. Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato. – O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza! […].

Ombretta non muore così. Non è una malattia inesorabile che distrugge poco a poco, benché sostanzialmente inaspettata, non prevista, eppure – al suo apparire – foriera di sicura distruzione. Ombretta spira per una causa improvvisa, un fulmine a ciel sereno, collocandosi in una diversa spirale tematica: la sua morte, infatti, pur avvicinandosi all’apparenza a quella del piccolo Erno Nemecsek, se ne separa sostanzialmente, perché essa è secca e repentina, quando invece il giovane ungherese muore dopo indicibili deliri e strazianti sofferenze. Fogazzaro, peraltro, era uomo che credeva ai presagi. Ecco la descrizione della preghiera di Ombretta prima della sua morte, tutta carica di elementi emozionali che fanno presagire – appunto – la catastrofe imminente [19]:

[…] La piccina se n’andò, con la sua barchetta, nella camera dell’alcova, impettita e seria, come se in quel momento la salvezza della Valsolda dipendesse da lei. La preghiera, per lei, era sempre una cosa solenne, era un contatto col mistero, che le faceva prendere un’aria grave e attenta come certe storie d’incantesimi e di magie. Ella salì sopra una sedia, disse le poche orazioni che sapeva e poi si atteggiò come vedeva atteggiarsi in chiesa le più devote del paese, si mise a muover le labbra com’esse, a dire una preghiera senza parole. Colui che allora l’avesse veduta conoscendo il terribile segreto dell’ora imminente avrebbe pensato che l’angelo della bambina fosse in quel momento supremo accanto a lei e le sussurrasse di pregare per qualche altra cosa che i vigneti e gli uliveti della Valsolda, per qualche altra cosa più a lei vicina, ch’egli non diceva, ch’ella non sapeva e non poteva mettere in parole: avrebbe pensato che negl’inarticolati bisbigli di lei vi fosse un riposto senso tenero e tragico, il docile abbandono di un’anima dolce ai consigli dell’angelo suo, al voler misterioso di Dio […].

La parola “mistero”, qui utilizzata con delicatezza e fede, è pervasiva di tutta quella indicibilità e inaccettabilità che la morte d’un fanciullo può portare con se. La morte di Nemecsek e e quella di Cecilia sono prevedibili, sono punti fermi che è facile intravedere dopo un percorso di dolore. Qui invece siamo messi di fronte a un senso di spasmodica attesa, ad un’incombenza del destino che sembra cadere sulle teste degli esseri umani in modo del tutto imprevedibile e non affrontabile (benché derivato dall’insondabile volontà di Dio). La tensione verso l’occulto, in questa occasione, si evolve verso un’acme davvero forte, quell’occulto che era stato il primo motore di Malombra e che adesso pure appare sotto le sembianze di un trapasso subitaneo e struggente. La morte di Ombretta, in qualche modo, può essere accostata a quella di Maggie così come essa viene descritta nel romanzo della Eliot; certo, non come fonte diretta, ma a livello strutturale, dal momento che essa avviene dopo un violentissimo temporale:


[1] Codesto saggio si presenta come la seconda versione (con un’ampia modifica) d’un testo già edito presso il medesimo editore (e cfr. Bambini in acque profonde: il motivo dell’annegamento dei fanciulli in alcuni testi narrativi occidentali d’epoca contemporanea, München [DE], GRIN Verlag, 2015).

[2] I versi sono appunto tratti da J. Dickey, The Selected Poems, Middleton (CT), Wesleyan University Press, 1998, p. 34. Sul Dickey (1923 – 1997), poeta e romanziere americano del secondo dopoguerra, cfr. E. Suarez, James Dickey and the politics of canon: assessing the savage ideal, Columbia, University of Missouri Press, 1993, passim. La lirica in oggetto si riferisce proprio alla morte per annegamento del giovanissimo fratello del Dickey. Su di essa, carica di motivi vagamente masteriani, cfr. ad esempio L. Liebermann, “James Dickey: The Deepening of Being”, in Aa.Vv., The Imagination as Glory: The Poetry of James Dickey, cur. B. Weigl – T.R. Hummer, Chicago, UIP, 1984, pp. 118 – 120.

[3] Cfr. D. Richter, Il bambino estraneo. La nascita dell’immagine dell’infanzia nel mondo borghese, trad. it., Firenze, La Nuova Italia, 1992, pp. 86 ss.gg. Al testo del Richter si aggiungano, pur senza affrontare la tematica oggetto di questo saggio, J. Hodgson,The Search for the Self. Childhood Autobiography and Fiction since 1940, Sheffield, SAP, 1993; e R. Lloyd, The Land of Lost Content. Children and Childhood in Ninetenth–Century French Literature, Oxford, Clarendon Press, 1991.

[4] Vedi P. Ariès, L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, trad. it., Roma–Bari, Laterza, 1985.

[5] Secondo Barbara Tuchman, infatti, in letteratura “il ruolo principale dei bambini [è] quello di morire, quasi sempre annegati, soffocati o abbandonati […]“ (cfr., per la citazione B.W. Tuchman, A Distant Mirror, New York, Knopf, 1978, p. 53, a sua volta menzionato in N. Postman, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, trad. it., Roma, Armando, 2005, p. 32).

[6] Cfr., su questo M. Campetella, “Gli epigrammi per i morti in mare dell’Antologia Greca: il realismo, l’etica e la Moira”, in AFLM, 28 (1995), pp. 47 – 86; Id., “Le concezioni sulla morte in mare e sui naufragi”, ivi, 30/31 (1997 – 1998), pp. 293 – 308: Da ultimo si veda anche I.S. Manzella, “Avidum mare nautis. Un naufragio nel porto di Odessus e altre iscrizioni”, in Mélanges de l’Ecole Francaise de Rome, 1 (1999), pp. 76 – 106. Tutti questi testi riportano abbondante bibliografia, ma gli articoli del Campetella – soprattutto il secondo – chiariscono bene le tipologie semantiche e contenutistiche su cui vertevano tali componimenti.

[7] Cfr. K. Miyazawa, La notte sul treno della Via Lattea e altri racconti, trad. it., Padova, Marsilio, 1994. Nel testo dello scrittore giapponese, ovviamente fiabesco, viene descritto un viaggio onirico su un treno frutto della sua fantasia del protagonista, il bambino Giovanni. Il viaggio, scandito da visioni fantasmagoriche e mistiche, prosegue con l’arrivo sul treno di una coppia di bambini – fratello e sorella – annegati in un naufragio, e si conclude per Giovanni con un incredulo risveglio sulla collina: il paese è in fermento presso il fiume, dove il suo amico Campanella (così chiamato, almeno secondo Giorgio Amitrano che ha curato la introduzione all’edizione italiana, in onore di Tommaso Campanella e della sua utopica Città del Sole) è annegato la sera stessa nel tentativo di salvare un amico caduto in acqua. Credo che l’accertata influenza di certa favolistica occidentale sul Miyazawa sia cosa ormai del tutto accertata e dunque è soltanto per ragioni di estraneità geografica che non ho preso in considerazione il testo per un’analisi approfondita. Elemento fiabesco (cioè magico) è anche quello connesso a una delle versioni sul destino dei bambini di Hamelin (quelli, per intenderci della famosa fiaba del pifferaio raccolta dai fratelli Grimm), secondo cui essi furono vittime di un incidente, annegando forse nel fiume Weser. Su questo, cfr. H. Dobbertin, Quellensammlung zur Hamelner Rattenfängersage, Schwartz, Göttingen 1970. pp. 38 ss.gg.

[8] Per tutte le citazioni da questa opera specifica, ho visto http://www.altrestorie.org/libri/Molnar-IragazzidellaviaPál.pdf , ult. cons. 19 luglio 2015, che riproduce fedelmente F. Molnár, I ragazzi della via Pál [1907], trad. it., AlfaEdizioni, Cornaredo (MI), 20132. L’originale ungherese, per ovvie ragioni linguistiche, mi è rimasto del tutto inaccessibile (e ciò vale, presumo, anche per i lettori del presente saggio).

[9] Cfr. R. Luraghi, Storia della Guerra civile Americana, 2. voll., Milano, Rizzoli, 19985, in part. vol. II, pp. 786 – 787 per la citazione. L’originale, molto più diffusivo, in D.S. Freeman, Lee’s Lieutenants: a Study in Command, 3 volls., Scribner’s & Sons, New York, 1942, in part. vol. II, pp. 666 ss.gg.

[10] Cfr., essenzialmente, D.S. Freeman, Leeʼs lieutenants: a study in command, New York, Scribner, 1946, p. 676: “[…] Evening came, clear and warm. A week before, at that very hour, Jackson had been driving furiously through the Wilderness and, looking backward at the sunset skies, he had wished for an hour more of daylight. Now, what was it he desired as he lay there and lifted his arm above his head again, in his familiar ges­ture, and shut his eyes and seemed to pray? Was it for another day of life—for recovery—for opportunity, with blazing batteries and the cheering line of his veterans, to drive Hooker into the river? He talked more of battle than of anything else and he commanded and exhorted—“Order A. P. Hill to prepare for ac­tion… Pass the infantry to the front.”145 Most of his other words were confused or unintelligible […]”.

[11] Cfr. I ragazzi della via Pal cit., pp. 52 – 54.

[12] Cfr. E. Salgari, Tutte le avventure di Sandokan. I cicli completi della jungla e dei pirati della Malesia, cur. S. Campailla, Roma, Newton Compton, 20104, pp. 403 – 404.

[13] Cfr., ad esempio, G. Eliot, The Mill on the Floss, New York, Harper & Collins, 1860, pp. 460 ss.gg. (trattasi della prima edizione americana, del tutto conforme all’originale pubblicato presso la londinese Blackwood nello stesso anno).

[14] Vedi ivi, pp. 461 – 462.

[15] Cfr. l’intr. a G. Eliot, Il mulino sulla Floss [1860], Milano, Mondadori, 19802, p. 4.

[16] Sull’influenza che le opere dantesche, e in special modo l’Inferno, ebbero sulla Eliot. cfr. A. Thompson, George Eliot and Italy, London, Palgrave Macmillan, 1997, passim.

[17] Un parallelo, a questo proposito, può esser fatto con una celebre morte per suicidio, quella della maestra Italia Donati, che si gettò nel fiume proprio perché distrutta dalle calunnie che l’avevano accompagnata durante lo svolgimento della sua professione. Su tale episodio, che suscitò l’interesse perfino di Matilde Serao, cfr., ad esempio, P. Luciani, La condizione delle maestre italiane alla fine dell’Ottocento. Il caso di Italia Donati, Giulianova (TE), Galaad Edizioni, 2012, pp. 82 ss.gg., a cui rimando per una buona bibliografia.

[18] Cfr., ad esempio, A. Manzoni, I Promessi Sposi [1840], cur. M. Antonellini, Milano, Rusconi, 2005, pp. 464 – 465.

[19] Cfr. A. Fogazzaro, Piccolo Mondo Antico [1895], cur. A. Borlenghi, Torino, Einaudi, 19952, p. 277.

Details

Seiten
64
Jahr
2015
ISBN (eBook)
9783668050914
ISBN (Buch)
9783668050921
Dateigröße
797 KB
Sprache
Italienisch
Katalognummer
v306534
Institution / Hochschule
Università degli Studi "G. d'Annunzio" Chieti - Pescara – Dipartimento di Studi Medioevali e Moderni
Note
PhD
Schlagworte
Diversità Morte Letteratura comparata "Fin de siécle" Frederick Treves Annegamento

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Titel: Di Acque e di Mostri. Due Saggi su Morte e Diversità nella Narrativa Occidentale Moderna